i 700mila aspiranti precari nell’Italia che non riesce ad abolire la “supplentite”

La scuola è un sogno, vien da dire. In questi giorni il Sidi, il Sistema informativo del ministero dell’Istruzione, è andato in crash sotto la pressione di quasi 700.000 richieste di accesso da parte di aspiranti docenti che devono completare entro il 25 luglio la domanda di aggiornamento del punteggio, oppure la domanda di nuovo inserimento, nelle graduatorie di seconda e terza fascia delle scuole.

Si tratta delle graduatorie cui le scuole attingono per le supplenze, che possono essere lunghe nel caso non frequente che i posti vacanti non siano stati coperti dalle nomine degli Uffici scolastici, oppure brevi, cioè i giorni della malattia di un titolare, per lo più. I quasi 700.000 sono in parte già presenti in graduatoria e in parte nuove immissioni, neolaureati che chiedono di insegnare.
La notizia c’è, nasce dal fatto che agli accessi dei candidati si aggiungono quelli delle segreterie delle scuole che non hanno ancora finito (i tempi erano strettissimi e il sistema funzionava così così) di fare la loro parte nella procedura, e cioè validare al Sidi le domande cartacee che dovevano essere presentate entro il 24 giugno scorso. Si sarebbe potuto prevedere questo assalto al Sidi?

Certo, ma il tutto, al netto del tempo sprecato davanti al computer e delle arrabbiature, non è così grave perché quando le domande sono acquisite, per poterle perfezionare — cioè scegliere sedi di possibile ipotetica supplenza — basta una proroga e la cosa si aggiusta. Tanto più che la “corsa” ha lo scopo opportuno di non dover nominare a inizio anno scolastico docenti provvisori “fino all’avente diritto”. Ma la vera notizia è che ci sono quasi 700.000 persone in Italia che vogliono fare l’insegnante. E che l’attuale sistema di reclutamento glielo permette, o permette di sognarlo, anche se non ci sarà per molti di loro nessuna possibilità di farlo. Oppure sì, perché in effetti è già capitato che si siano assunti docenti di cui non c’era bisogno, soprannumerari dal giorno della firma del contratto.

In forza di una sentenza della Ue che ha applicato allo Stato italiano quello che tutti gli Stati della Ue, anche il nostro, applicano alle aziende, e cioè il divieto di utilizzo sistematico del precariato, a partire dal 2015 sono stati immessi in ruolo i precari storici della scuola, quelli delle Gae, le Graduatorie ad esaurimento, che invece di esaurirsi si erano cronicizzate per la mancanza di concorsi, per modalità confuse di reclutamento, per lo stratificarsi di ricorsi.

Nelle Gae c’erano docenti plurispecializzati bravissimi e docenti che non entravano in classe da anni, appartenenti a classi di concorso in esubero, che alla scuola non pensavano più. Si è trattato della più massiccia assunzione senza selezione del dopoguerra. La politica disse «mai più», da oggi assunzioni regolari, concorsi regolari, modalità limpide. Programmazione dei bisogni. Non è così. Di fronte ai quasi 700.000, con una popolazione scolastica da 5 anni in costante calo, meno 34.426 studenti nel 2015 secondo l’annuario statistico dell’Istat 2016, non è evidente la capacità politica di programmare l’accesso alla professione docente, sulla base della scienza demografica, come più o meno fanno tutti gli altri Stati, con sistemi centralizzati (i concorsi) o aperti (su base territoriale e con criteri differenziati).

E ci si chiede anche se davvero tutti vogliano fare l’insegnante. Il Miur fa sapere ufficialmente che erano previste 300.000 domande, come nei precedenti aggiornamenti delle graduatorie. Ne sono arrivate più del doppio. Si tratta di una professione socialmente poco stimata, come dimostra il fatto che è sottopagata (gli stipendi più bassi d’Europa) e altamente femminilizzata e le professioni “lasciate” alle donne sono quelle meno considerate (ce lo insegna la sociologia). Oppure proprio queste procedure aperte, che di fatto preparano un’altra situazione di precariato, che sappiamo già essere illegittimo, e quindi richiederà sanatorie, sicure perché sono sempre arrivate, inducono a pensare che davvero prima o poi nella scuola si entra e che c’è posto per tutti?

Così non va bene. È un problema che richiede la gestione di una realtà complessa, senza mai cedere alla tentazione di lasciar correre le cose perché la disoccupazione è alta e intanto finché si sogna non ci si dispera.

Il buon governo è anche quello che mostra ai cittadini la differenza fra sogno e illusione.

Da La Repubblica, 19 luglio 2017

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