Dio della polvere

«Prego, si sieda dove preferisce» dice l’eccellenza monsignore senza alzare la testa dalle carte, senza immaginare che la donna che sta entrando nella stanza è lì per dare battaglia. Si apre così il nuovo romanzo di Mariapia Veladiano che vede Chiara, una donna di fede, professionista della cura, fisioterapista, di fronte a un vescovo, un uomo perbene, ma forse perbene non è abbastanza per un vescovo. Quell’incontro è solo il primo di una schermaglia che metterà in discussione le strutture del potere e l’inerzia che spesso è complice dell’omertà. Perché Chiara ha bussato alla porta del vescovado per una ragione: Luna, una ragazza giovanissima arrivata nel suo studio di fisioterapia, è stata vittima di una violenza, e anche se lei non ne vuole parlare, il suo corpo parla per lei. Né la donna né il vescovo vorrebbero trovarsi lì, in quella posizione scomoda, ma a volte il posto giusto è quello che una grazia del tutta laica, senza patria e appartenenza, ci costringe a occupare.
Con la sua scrittura intensa e diretta, Mariapia Veladiano entra nel cuore del tema più scottante per la Chiesa cattolica, quello degli abusi spesso taciuti sui giovani e le donne. Lo fa con un romanzo scandaloso, profondamente umano, che ha il ritmo serrato e feroce di un dialogo in cui entrambi sono determinati a salvare ciò che hanno di più caro: la Chiesa, la vita di una ragazza. E al tempo stesso ci mostra come le lunghe storie di errori e di violenza non hanno necessariamente un finale già scritto; bisogna avere il coraggio di dire basta e di agire.

Ferite che non guariscono
di Giorgio Bozza

Dio della polvere, l’ultimo, potente, romanzo di Mariapia Veladiano, ruota attorno a una storia di abuso nella Chiesa

» continua la lettura

«Il vostro è un Dio della polvere. Lo avete disintegrato. Per questo fate pulire i vostri palazzi in modo ossessivo, da donne addestrate ad affogare nell’ossessione della pulizia la loro vocazione. Dio si dissolve sotto i colpi delle vostre bugie, polvere, omissioni, tergiversazioni, confusioni. Non c’è salvezza. Diventa polvere ma Lui risorge e voi re-state polvere da scuotere fuori della finestra».

Basterebbe questa citazione, che si incontra verso la fine del Dio della polvere (edizioni Guanda), per misurare la potenza dell’ultimo romanzo di Mariapia Veladiano. Fin dal suo esordio con La vita accanto, la filosofa e teologa vicentina, per molti anni insegnante, si pone dalla parte degli ultimi, raccontando il mondo dai margini. Le parole riportate sopra sono lo sfogo della protagonista di questo romanzo: una fisioterapista che dialoga in modo serrato con un vescovo, nel tentativo di convincerlo a prendere posizione davanti al dolore di una donna che, da bambina, è stata abusata da un prete.

La trama del romanzo è tutta qui. Si sviluppa all’interno dell’episcopio: una donna, abituata a lavorare sul corpo delle persone, cerca di far toccare le ferite dell’abuso al vescovo, che sembra distante e staccato da ciò che lei racconta. Il suo lavoro la porta a leggere il linguaggio del corpo, quei tanti segnali non verbali che parlano della persona. Questa attenzione al particolare, del resto, è una delle cifre distintive della scrittrice vicentina. Se a parole possiamo nascondere la verità, il corpo non mente, la carne non può celare il dolore che si porta dentro; sono i dettagli a raccontare la vita di una persona.

Con forza, determinazione e spesso anche irriverenza, questa fisioterapista, appassionata di umanità, ingaggia una battaglia verbale con il prelato, che fatica a toccare le ferite di Cristo – se vogliamo usare una metafora evangelica. Se Tommaso non crede senza prima toccare le piaghe del Risorto, il vescovo invece continua a credere in Dio pur rifiutandosi di avvicinarsi alle ferite di Cristo che, dopo tanti anni, continuano a sanguinare nel corpo di una donna abusata.

La potenza di questo libro si misura anche nel desiderio di terminarlo il prima possibile, quasi per difendersi dalle ferite che lascia dentro: quelle di un mondo dimenticato e di un’indifferenza che contraddice la legge dell’amore. È un romanzo che graffia, e in certi passaggi fa male. Deve far male, perché il male che racconta è troppo grande per essere rimosso. L’ostinazione del vescovo a non capire emerge già dalle prime pagine: «Aveva chiesto di nuovo e ostinatamente di essere ricevuta. Perché il metodo vescovile di dissuasione era non rispondere, lasciar passare il tempo, lasciar cadere, ecco». La protagonista, invece, non lascia cadere, non lascia passare il tempo, e con lei anche il lettore non può lasciare perdere, ma deve trovare il coraggio di scalare tutte le 192 pagine per vivere il dolore dalla parte della vittima.

» chiudi


Da La difesa del popolo di Padova, 12 ottobre 2025.

Quel feroce, rivoluzionario desiderio di giustizia. Mariapia Veladiano, “Dio della polvere”
di Michela Fregona

La connivenza colpevole, le minacce di distruzione totale, il silenzio che tutto soffoca, lasciar passare il tempo in modo da snervare. Quanti sono i modi in cui, per secoli, la chiesa cattolica ha coperto lo scandalo della violenza sessuale operata dai preti su bambini e donne? E pensare che ancora oggi c’è chi dice che, in fondo, di abusi ce ne sono tanti: dunque, perché quelli della Chiesa dovrebbero essere più importanti? Mariapia Veladiano scrive un romanzo impetuoso e fortissimo su quello che considera la più grave (e forse definitiva) minaccia che la Chiesa ha protetto fino ad oggi. Perché il vero scandalo è la cancellazione delle vittime: se il male è per sempre, senza giustizia lo è ancora di più.

» continua la lettura

Alla porta di un vescovado una donna starnutisce. La polvere, spiega alla suora che, aperto il battente, le ribatte con puntiglio che in quelle stanze si è usi a pulire abbastanza.
L’ospite, però, non è conciliante, non è disposta a ritirare quello che percepisce, e che pensa: è alla compromissione che è allergica Chiara Camillini – alla compromissione delle superfici che negano la mancanza di pulizia, sotto l’ordine apparente.
E così è anche questo nuovo, coraggioso, teso romanzo di Mariapia Veladiano, Dio della polvere, pubblicato da Guanda.

Concepito come un giallo (del genere condivide l’indagine, serratissima, che procede alla ricerca di un nome, di un volto, di una responsabilità), costruito su una documentazione rigorosa (senza però mai cedere all’impianto saggistico, che ne avrebbe spento la capacità di coinvolgimento), portato avanti con la forza argomentativa di una contesa (umana, logica, etica), il romanzo di Mariapia Veladiano è animato, dalla prima all’ultima pagina, da una furia mite e sedimentata: quella della protagonista che si investe del compito di tirare giù l’impalcatura di bugie dietro la quale una intera istituzione di uomini copre da secoli la propria impunità schermandosi dietro la parola chiesa.

Non è una scelta casuale, questa. 
Al tema del femminile, della necessità di uno sguardo altro sul mondo, sulla società, sulla narrazione dei legami, non ultimo quello del sacro,  riportano anche altri titoli dell’autrice – su tutti, Lei, che racconta della vita di Maria e della sua maternità dal suo stesso punto di vista.
Battaglieri, e temperamentosi, i personaggi femminili delle narrazioni dell’autrice lo sono sempre stati, fin dall’esordio del fortunato La vita accanto (Einaudi).

Ma in questo caso la scelta di non sottrarsi, di non transigere di fronte alla violenza, si salda nella coscienza della protagonista – che coerentemente si chiama Chiara – al suo mestiere di cura: fare la fisioterapista significa esercitare la pazienza, perseverare con saldezza nella possibilità di una riparazione, ma anche percepire a fondo la ferita, il modo in cui il corpo manifesta il male e ingaggia una partita nella quale può anche soccombere.
E se il male è causato proprio da una istituzione di cui ci si fida, e a cui ci si affida, quanto più grave è la sua colpa? Troppi pazienti hanno portato il dolore sotto le sue mani di professionista, troppe violenze hanno finito per invadere tessuti connettivi e articolazioni, troppe storie taciute hanno trovato la strada di un minimo movimento per far defluire la disperazione. Una, in particolare, è quella che ordina a Chiara Camillini urgenza; una che occupa la sua mente con la minaccia di una resa estrema. “Una vita è in pericolo. Forse due”.

Ecco, allora, quello che è il tema di questo romanzo: una storia di abuso sessuale, ma anche una storia degli abusi collaterali esercitati per mantenere il sudicio sotto silenzio, e ancora una storia del sistema di scandalosa disperazione causata a bambine, bambini, danneggiati per sempre, (e di colpevole cancellazione delle vittime). Cioè, in buona sostanza, quello che Dio della polvere racconta è una storia di potere.
Che la protagonista sia una donna di fede, e dunque non sia esterna ai meccanismi e al lessico della chiesa cattolica è il dispositivo che rende la vicenda ancora più forte, riparandola da antitesi di sistema, e trascinando al contrario i fatti dentro la tragedia integrale del tradimento della fiducia e dell’innocenza.
Seduta nello studio del vescovo (al quale ha strappato con insistenza un appuntamento), Chiara attacca subito: “Non c’è perdono senza giustizia”.

Questa sarà la tesi irrinunciabile intorno alla quale il vescovo verrà trascinato, provocato, sfidato, stanato di argomentazione in argomentazione: una guerra di posizione consumata sul filo della tensione, con la possibilità di una chiusura sempre presente, dentro stanze che hanno orecchie, ciascuno dalla trincea della propria sedia troppo scomoda, senza sconti.
L’ambiguità, l’omissione, saranno i compagni stretti dell’investigazione, costretta a procedere tra le bivalenze del microcosmo vescovile: un segretario sagace e spigoloso, una suora trilingue, l’abbaiare di un cane, un giardino che non viene guardato da nessuno, statue di Madonne dai polsi doloranti, quadri che rivelano più di quello che gli artisti avrebbero voluto dire, ombre, registri di enti benefici, viaggi riparatori, fughe possibili, sacerdoti sostituiti…

Che Dio della polvere sia un romanzo non c’è alcun dubbio. Che sia (anche) qualcosa di più di un romanzo, neppure.
C’è sicuramente una denuncia perentoria in questa storia paradigmatica, nella quale una donna sola si presenta a reclamare giustizia nel nome di una sua paziente (e nel nome di tutte quelle, e di tutti quelli, che non hanno potuto chiedere: perché la paura, la minaccia, la vergogna, il danno, il dolore se li è mangiati).
Ma è anche un altro aspetto che emerge fortissimo, e, forse, non poco dipende dalla formazione dell’autrice, che è laureata in filosofia e teologia, ed è anche una donna che nella scuola ha fatto tutta la sua carriera, prima da insegnante e poi come preside.

Questo libro offre strumenti. 
È, in qualche modo, un antidoto. Un antistaminico alla polvere. Offre una via. Mette allo scoperto il linguaggio della manipolazione e dell’omertà – e, in questo, permette di capire, di prendere una posizione.
Lo fa nella didattica di una narrazione: che, poiché racconta, mostra una storia sulla quale è possibile proiettare la propria coscienza. Così fanno i romanzi – esattamente, profondamente, umanamente – civili.

» chiudi


Da Cultweek, 13 ottobre 2025.

Il Giornale di Vicenza, 14 settembre 2025.

Il popolo di Pordenone, 14 settembre 2025.

Corriere della Sera, 15 settembre 2025.

La Repubblica, 6 ottobre 2025.

Il Regno, 15 ottobre 2025.

Jesus, novembre 2025.

La voce del popolo di Brescia, 15 gennaio 2026.

Vita trentina, 16 gennaio 2026.

L’ora nona

Il filo rosso di queste «Riletture» è la domanda sulla vita e su Dio. I romanzi sono più attrezzati dei trattati in queste cose, perché com’è ovvio partono sempre dalla vita, e ci rimangono dentro, e non hanno la pretesa di dare una risposta. Peggio ancora, la risposta. Mentre ai trattati, soprattutto teologici, è richiesto di chiudere in qualche modo il cerchio, di dare una risposta, fosse pure prudente, e spesso proprio non lo è.

La letteratura, quindi. E con ostinazione si va in cerca di romanzi in cui la dimensione di fede, nella forma dell’interrogazione o dell’esperienza, sia presente in modo non occasionale o peggio strumentale. Ma niente. C’è pochissimo nella smisurata produzione di romanzi che in Italia vengono pubblicati, e c’è da chiedersi perché, dal momento che siamo la culla del cattolicesimo e che l’invocazione dell’identità cristiana è diventata ossessiva e ipertrofica negli ultimi anni.

E si finisce nel passato, sempre. Manzoni, Fogazzaro, Parise, Monicelli, Silone e poi, fuori confine ma la letteratura non ha confini, Bernanos, Chesterton, Seipolt, O’Connor. Con l’eccezione, meravigliosa, di Marilynne Robinson, americana, autrice contemporanea immensa, calvinista, lo dice spesso quando parla di sé, la cui scrittura è tutt’uno con la conoscenza e l’esperienza religiosa e di fede. E poi, oggi, c’è anche Alice McDermott, ancora americana, i cui personaggi si muovono invece dentro la cultura cattolica. In attesa della traduzione italiana del suo ultimo romanzo, Absolution, pubblicato da qualche mese, si può intanto rileggere con assoluta delizia L’ora nona (Einaudi 2019, traduzione di Monica Pareschi; cf. anche Regno-att. 12,2020,331).

Primi del Novecento, Brooklyn, quartiere poverissimo di immigrati irlandesi. L’incipit è perfetto. «Il 5 febbraio era stata nel complesso una giornata buia e umida: pioviggine fredda la mattina e cielo basso, grigio ferro per il resto del pomeriggio. Alle quattro, Jim convinse la moglie Annie ad andare a fare la spesa prima che il buio calasse del tutto. Dopo un lieve cenno di saluto le richiuse la porta in faccia» (4).

Struggente, il buio e il freddo, inquietante, perché alla premura di far uscire la moglie prima del buio si contrappone il sospetto che qualcosa non vada per il verso giusto. Perché non esce lui? D’accordo, nelle comunità cattoliche irlandesi emigrate le donne facevano la spesa. Però poi lui le richiude la porta in faccia. Il fatto è che Jim la manda via perché vuole avere un piccolo tempo tutto per sé, per morire, per aprire il gas dello struggente appartamento in cui vive e farla finita. Anche se sua moglie aspetta un bambino. Forse per quello. La ama, lo si capisce.

È un uomo bello e gentile che forse è depresso o forse è solo troppo consapevole della vita. Non sa tenersi un lavoro, uno di quei lavori da schiavi che gli immigrati dovevano accettare come fosse una cuccagna e con gratitudine. Ma lui non poteva. Non si alzava in tempo. Veniva licenziato dopo pochi giorni. Niente di che, ma quel tipo di condizione non ha margini di trattativa. Jim muore e la moglie Annie resta sola con la sua bambina nella pancia.

Ma già, in queste prime pagine d’incanto, si affacciano personaggi che fanno splendere di una luce discreta il proprio ruolo. Suor St Saviour, delle Piccole sorelle dei poveri infermi, tornava al convento dopo una giornata di questua davanti ai grandi magazzini Woolworths e voleva solo rientrare, con le gambe gonfie, la vescica piena. Ma si ferma, non passa oltre e semplicemente si lascia portare dentro la situazione, e le dà una svolta. Non le interessa il giudizio. Già tutti pronti a sussurrare con moralistica riprovazione che l’uomo si è suicidato, già tutti pronti a escluderlo dalla Chiesa (cattolica) in cui credeva: aveva acquistato un pezzetto di terra al cimitero cattolico, appena arrivato.

«Era stata una giornata greve di disperazione. Dio stesso non aveva potuto farci niente, suor St Saviour ne era convinta. Era convinta che mentre nell’appartamento al piano di sopra un giovane si liberava dal giogo di quella vita grigia… non per mancanza d’amore, ma per l’assoluta incapacità di andare avanti (…) Dio era rimasto lì, con la testa fra le mani» (15).

Grazie all’intercessione (laicamente può essere tradotta con senso di responsabilità, o con compassione, nell’accezione di «sentire insieme») della suora, Annie trova riparo e casa nel convento, dove lavorerà nella lavanderia e dove nascerà la figlia Sally, amatissima bambina che da grande dovrà trovare il proprio posto nel mondo, cosa non facile dal momento che il suo mondo naturale sembra essere il convento.

Ma intorno al convento vortica un’umanità varia e interessante, piena di attese e piccole felicità che possono rendere la vita assolutamente degna e bella. Non perfetta, e nemmeno l’amore, che alla fine sia la madre che la figlia troveranno, sarà sufficiente a metterle al riparo dalla malinconia, come viene giustamente chiamata. La malinconia non è la malattia della depressione, è il senso che qualcosa nella vita è andato, va o potrà andare storto. È un correttivo nobile al senso di onnipotenza che uccide molto, ma molto di più. Soprattutto uccide il nostro prossimo.

C’è da dire che la fede è delle donne, qui. Le suore soprattutto. Suor Lucy e suor Jeanne che rischia la propria fede fino in fondo: «Ho rinunciato al mio posto in cielo tanto tempo fa, – disse –: Per amore dei miei amici» (266). Un incanto, questo romanzo.

Naturalmente resta prosaicamente la domanda: perché la narrativa (italiana) non parla di Dio? Possiamo dare risposte diverse, ma la più ovvia, e banale, è forse che della Scrittura e della fede oggi in Italia si sa pochissimo, perché al netto di un uso strumentale e identitario che una politica senza simboli propri e senza pensiero nobile ne fa, è irrilevante, semplicemente irrilevante. E allora, ecco, il passaparola di noi lettori-cercatori, può davvero essere una gioia.

Il Regno – attualità, 15 gennaio 2024.

lunario dei giorni di quiete

Tutti gli anni, tutti, verso Natale a chi lo conosce già viene in mente il Lunario dei giorni di quiete (a cura di Guido Davico Bonino, Einaudi, Torino 1997). Con gratitudine lo si prende in mano e lo si spilucca, come un dolce opulento, di quelli natalizi appunto, a cui attingere per un candito, un pezzetto furtivo di glassa, una montagnola di briciole goduriose accumulate negli angoli.

In realtà è una coltissima raccolta di testi di autori che hanno avuto a cuore il senso delle cose, della vita e soprattutto si sono interrogati su Dio. Pagani e cristiani, più cristiani. Conosciuti e no.

Un testo al giorno per 365 giorni. Pochi pochissimi possono sinceramente vantare di conoscerne la maggior parte. La bellezza è proprio la scoperta. Chi è costui? Com’è possibile che non lo si conosca se ha detto e scritto questo? Ma non importa davvero.

Infine è un gioco trovare un testo per ogni giorno dell’anno. E i giochi sono cose serissime. E quale anno, poi? Quello in cui è stata scritta la raccolta oppure quello in cui è stata ripubblicata o infine in cui è stata letta o riletta? Qui si tocca con mano l’assoluto della scrittura, della Parola.

Visto il periodo, partiamo da dicembre. Il 25. Troviamo una poesia deliziosa, profonda, meravigliosamente antiretorica: Il Natale delle zitelle, di Marie Noël, nom de plume di Marie Rouget, poetessa francese morta nel 1967. «Tre zitelle, tre, eccoci arrivate qui,/ portando tre vecchie lampade,/ per adorare il Bambino…/ O Vergine, eccoci qua, le ultime di tutti:/ d’un tal ritardo, eccoci qua, umiliate/ ma il fatto è che gli altri, partendo;/ ci hanno dimenticato./ Tutto il paese in festa, senza di noi,/ a mezzanotte se n’andò (…) Siam noi, Gesù Bambino, siam noi, tre zitelle,/ tre, così povere e brutte,/ che nessuno ha mai voluto prenderci in sposa./ Un marito, passi! È un figlio/ che manca al nostro cuore» (518).

Lo toccheranno infine il piccolo Gesù, lo sfioreranno con la punta delle dita «tiepide», e in questo aggettivo timidissimo sta tutto il fuoco del cuore di tre zitelle senza figli che desiderano il Bambino. 

Ancora a dicembre il Lunario offre una poesia leggerissima di Carlo Betocchi, collocata in un giorno d’inverno forse a Bordighera dove spesso risiedeva. In un momento indefinito, «non alba né tramonto» i suoi pensieri si sono alzati in volo come farfalle, farfalle senza pretese, quelle degli orti, bianche e gialle, e forse il poeta si stava perdendo ma «una tremolante luce/ d’un altro mondo invadeva quella valle/ dove io fuggivo, e con la sua voce eterna/ cantava l’angelo che a Te mi conduce» (500).

Sono molti gli angeli fra queste pagine, ed è ovvio che sia così. Forse meno scontato è trovare tanti… asini. C’è lo straordinario asino pasquale di Chesterton: «Testa mostruosa e voce lacerante/ E orecchie come ali vagabonde;/ Diabolica parodia ambulante/ Di tutti gli animali a quattro zampe./ Miserabile paria della terra (…) Sciocchi! Perché ebbi anch’io la mia ora,/ Un’ora del passato dolce e fiera:/ Clamore intorno alle mie orecchie,/ E palme davanti ai miei piedi!» (136). Splendido.

Come gli asini di Francis Jammes, poeta francese che ritrova Dio dopo anni di lontananza e che scrive una Preghiera per andare in paradiso con gli asini in cui alla fine asini e angeli s’incontrano nel Paradiso di Dio: «Quando tempo sarà di ritornare a Voi, mio Dio (…) Col mio bastone andrò lungo la via maestra/ E agli asini dirò, miei grandi amici:/ Io sono Francis Jammes e vado in Paradiso,/ Che non c’è inferno nel paese di Dio./ Dirò: Del cielo azzurro/ Soavi amici, venite, accompagnatemi, / Povere bestie che girando il muso/ O con colpi d’orecchie vi schermite/ Da fruste, e mosche, e api (…) Con questi asini, Dio, fate che a voi ritorni./ E che in pace profonda angeli ci conducano/ Verso ruscelli ombrosi, / e ridano ciliegie/ Più lisce della guancia alle fanciulle,/ Fate che in quel reame delle anime, / Curvo sull’acqua sacra io stia come gli asini/ A contemplare l’umile, la dolce povertà/ Nell’amoroso specchio della vostra eternità» (526s).

Certo ci sono altre immagini del Paradiso, in attesa d’arrivarci, possiamo immaginare sul modello della nostra perfetta felicità. Per Virgilio Schönbeck, poeta dialettale triestino morto alla metà del secolo scorso, il paradiso è più domestico e francamente assai gioioso e godurioso: si sta con la «mia molge giòvine,/ e i mii fioi grandi, e anca, / sì, putei; (…) E stemo insieme; e tuti/ insieme spassegiemo; / e se metemo in tola/ e magnemo e bevemo» (70).

Infine, per l’anno nuovo che ci aspetta, il Lunario offre il dono di una lettera che il bambino Pillus Vogel, di Wuppertal, ha scritto su sollecitazione della maestra. Un compito per casa, scrivere i desideri per l’anno che viene, è il 1976, e lui ne scrive due.

Il primo è un desiderio «contro» e questo gli spiace un poco, ma infine lo formula bello chiaro: è «contro i ricchi, che mi sembra siano davvero i peggiori di tutti noi: tra quelli che ho conosciuto non ce n’è uno che non sia avaro, pigro, superbo: e anche se non ti parlano, senti che sono egoisti lontano un chilometro (…) Io non sono perché debbano essere perseguitati o puniti, sennò che cristiano sarei? Ma mi piacerebbe che il Borgomastro della nostra città (…) gli appioppasse una tassa speciale, solo per loro, con la quale costruire una scuola: sì, la Scuola per la Rieducazione dei Ricchi ad essere più Buoni» (524). L’eterno bisogno di giustizia.

E poi però c’è un secondo desiderio, del quale si vergogna un poco perché è pretenzioso: «Arrivare a veder Nostro Signore Gesù Cristo in faccia» (525).

Pillus Vogel è morto a 19 anni di leucemia. Stringe il cuore. Davvero assai presto doveva avverarsi questo desiderio di ogni cristiano.

Il Regno – attualità, 15 dicembre 2023.

Parole per giorni di pace

C’è un “mal dire” quotidiano, sciatto, che avvelena il pensiero e i rapporti. Diciamo parole eccessive, acconsentiamo a giudizi distratti, ripetiamo pettegolezzi, qualche volta ci pentiamo. Ma l’invio è stato dato, i social rimbalzano all’infinito l’offesa o anche solo il sospetto, e il nostro tessuto di relazioni si strappa. Non è un destino, questo parlare male.

È possibile un “ben dire” che raccolga il nostro desiderio profondo di pace. Con la pace tutto è possibile, ripetiamocelo l’un l’altro in questi anni di guerra sciagurata nel cuore dell’Occidente che si dice cristiano e nella terra stessa in cui Gesù è nato. Questa piccola raccolta di riflessioni va a spigolare situazioni quotidiane in cui forse è possibile trovare uno sguardo più sereno sulle cose per abituarci a parole capaci di un presente amabile in cui vivere sia una bella storia condivisa.