“Parole di scuola”: intervista a Mariapia Veladiano

15 Dicembre 2020 Fabio Giaretta

Fa un effetto strano riprendere in mano “Parole di scuola” di Mariapia Veladiano, uscito per Erikson nel 2014 e ripubblicato in una versione ampliata nel settembre del 2019 da Guanda (la recensione l’ho pubblicata a parte sempre in questo sito). Perché anche se è passato poco più di un anno, la scuola, come del resto l’intera società, è stata colpita da un ciclone che l’ha profondamente modificata e che l’ha costretta ad una didattica d’emergenza. Ho così deciso di ripubblicare qui l’intervista integrale che ho fatto a Mariapia Veladiano un anno fa, aggiornandola però con alcune domande riguardanti la situazione attuale.  Lei il mondo della scuola lo conosce benissimo visto che ha insegnato lettere per vent’anni prima di diventare preside. Come scrive all’inizio del libro ha dovuto lasciare questo mondo che l’ha vista mettere in campo il suo entusiasmo e le sue migliori energie, a causa di una coraggiosa presa di posizione contro il Miur e contro alcune assurde storture del sistema scolastico. Ma la scuola continua ad essere per lei un luogo dell’anima, un giardino da coltivare e di cui prendersi cura anche a distanza.

Lei ha avuto il coraggio di far causa al Miur dichiarando che, se avesse perso, si sarebbe licenziata. Dopo aver perso il ricorso ha così deciso di licenziarsi.  Può raccontarci in modo preciso cosa è successo e cosa l’ha portata a questa sofferta decisione?
Da preside titolare del Boscardin di Vicenza ho ricevuto l’incarico di preside reggente ad Altissimo, otto plessi di montagna in reggenza da tanti anni. Il Boscardin comprende un tecnico tecnologico con due indirizzi, sanitario e ambientale, e un liceo artistico con cinque indirizzi. Si tratta di 1350 studenti, 29 laboratori da gestire, le classi in rotazione, migliaia di ore in alternanza scuola lavoro. Altissimo è a un’ora e mezza di distanza, una realtà bella e complessa che richiede altrettanta cura. Ho capito che sarebbe stato impossibile seguire da preside, cioè da persona che c’è davvero, è presente per i docenti, i ragazzi e i genitori, due scuole così complesse e lontane. Ho, prima e dopo l’incarico, cercato un incontro con l’Ufficio scolastico territoriale e regionale ma non ho avuto udienza, allora ho fatto ricorso al giudice del lavoro e ho perso. Il giudice ha scritto in capo alla sentenza, che il ricorso non viene accolto “anche per le abnormi conseguenze” che importerebbe se fosse accolto.Perché nel Veneto metà delle scuole era in reggenza. Era il 30 gennaio. Qualche giorno dopo mi sono licenziata come avevo sempre detto che avrei fatto.  Al patronato al quale mi sono rivolta ho saputo che la legge mi consentiva di chiedere la cosiddetta opzione donna, cioè l’uscita anticipata dal lavoro a patto di rinunciare a un terzo dello stipendio per sempre, e l’ho richiesta. Non l’avrei fatto se non avessi vissuto questa esperienza. È stato un anno tremendo.

La sua è stata una scelta controcorrente e molto coraggiosa. Non crede che se più persone avessero la forza di contrastare un sistema scolastico spesso assurdo, contraddittorio e soffocato dalla burocrazia, forse le cose cambierebbero in meglio? Sembra invece dominare una sorta di passiva accettazione dello status quo. Il “cosa vuoi, tanto le cose non cambiano” sembra aver ibernato qualsiasi volontà di cambiamento…
Credo semplicemente che il lavoro di scuola abbia una componente etica talmente forte che si fa fatica a, come dire, incrociare le braccia quando le cose non vanno bene. Siamo consapevoli che è troppo importante assicurare ai ragazzi quel che loro spetta e si fa quel che si deve, a volte più di quello che si può.  Scelte come la mia non dovrebbero aver ragione d’essere perché le leggi esistono e sono ben pensate.  I ministeri hanno l’obbligo della programmazione triennale del fabbisogno di personale e sono tenuti a prevedere concorsi regolari sulla base di questo fabbisogno. La situazione farraginosa dei docenti precari, e anche delle reggenze dei presidi e la disperata situazione dei Direttori amministrativi che non ci sono, deriva da mancata capacità previsionale da parte dello Stato. A scuola sono necessari entusiasmo e visione, certo. Ma bisogna anche applicare la legge. Se tutto è aggrovigliato da provvedimenti presi per rimediare a inadempienze e poi per rimediare ai danni dei provvedimenti presi e così via, il fine diventa sopravvivere ai contenziosi e si perde di vista il compito che la Costituzione affida alla scuola.

Perché secondo lei la nostra classe politica, i nostri governanti si ostinano a non capire che se non si investe seriamente nell’istruzione non vi può essere alcun reale progresso e che ogni taglio che viene fatto, è un taglio al futuro del Paese?
La prospettiva di un progetto educativo è sempre sul lungo periodo. Si deve credere che un futuro c’è e che vale l’impegno di progettare e investire. Noi abbiamo governi che durano pochi mesi. Le elezioni sono l’orizzonte delle decisioni politiche. La scuola ha un “potenziale demagogico” enorme. Tutti sono andati a scuola, hanno un figlio o un nipote che va a scuola, hanno un’opinione sulla scuola e pensano di sapere perfettamente come dovrebbe essere. Abbiamo visto inseguire ogni umore del momento, di volta in volta l’informatica, l’impresa, la scuola-lavoro, la severità, la competitività, l’eccellenza. Perdendo di vista il compito che la Costituzione affida alla scuola. La scuola pubblica è libera, educa alla libertà, rimuove gli ostacoli culturali che impediscono la realizzazione personale, permette a ciascuno di essere quel che desidera, in armonia con il bene comune.  E’ democratica. In questi anni di crisi la scuola è stata stritolata dalle attese a breve termine e da una drammatica mancanza di un progetto comune condiviso. Eppure ancora funziona, ancora è in cima alla fiducia delle persone, che invece non credono più ai partiti, alla politica in generale. Credo che sia per la professionalità di chi ci lavora.

In questi anni, oltre a coltivare l’amore per la scuola, lei è diventata anche un’affermata scrittrice. Ora che la scuola non assorbe più gran parte delle sue giornate, si sta dedicando totalmente alla scrittura?  
Sì. In questi mesi ho finito un romanzo a cui ho lavorato molto. Sarebbe già uscito se nel frattempo non si fosse capovolto il mondo. Uscirà a gennaio. Il titolo è “Adesso che sei qui”. E’ una storia di donne che mi ha consegnato il Trentino, in cui ho vissuto. Lo spunto viene da lì. Poi si sa che i romanzi raccolgono il mondo.

Quale significato ha avuto per lei ripubblicare “Parole di scuola” proprio in concomitanza del suo abbandono della scuola?
La scuola è stata vita, per me. Il mondo bello di cui mi sono sentita felicemente parte. Il libro è un piccolo atto d’amore. La scuola deve continuare ad essere vita anche per i ragazzi di oggi. Esiste per loro, perché sperimentino la bellezza della collaborazione e della convivenza delle differenze.

Che cosa oggi le manca di più della scuola e che cosa invece non le manca affatto?
Mi mancano le relazioni. La scuola è un luogo di relazioni e tutto funziona se funzionano le relazioni. Fra preside e docenti, fra docenti e ragazzi. E poi con i genitori. I contenziosi vengono molto spesso da comunicazioni affrettate e difettose. In questi anni nei ruoli di gestione dell’amministrazione scolastica si è preferito collocare esperti di diritto, laureati in legge con esperienza in altre amministrazioni. Si pensa di poter governare il contenzioso crescente, nella scuola come nella società, attraverso questo tipo di competenza. Ma il contenzioso di scuola lo si deve innanzi tutto prevenire, attraverso una grande conoscenza del mondo della scuola e una grande capacità di dialogo. Non mi manca proprio il linguaggio dal tono spesso inutilmente imperativo delle circolari e nemmeno la loro frequenza e impellenza. Tutto all’ultimo minuto, fare in corsa senza il tempo di pensare. Continuo a seguire con passione quel che succede a scuola, leggo le circolari, gli articoli di giornale. Nemmeno il Coronavirus ha saputo modificare e rendere più semplici, più amiche le direttive. E ancora c’è questa fretta, tutto all’ultimo minuto. Questo tempo chiede un pensiero che sappia progettare la scuola in un mondo che cambia da un momento all’altro. Non si può inseguire il giorno. Competenza, buon governo, fiducia negli insegnanti e nei presidi. Questo mi sembra che soprattutto possa aiutarci.

Lei sceglie sempre personalmente le copertine dei suoi libri e in questo c’è una foto di Norman Rockwell che ritrae Ruby Bridges, una bambina afroamericana, che sta andando in una scuola fino a quel momento frequentata solo da bianchi, scortata da quattro federali inviati dal Presidente in seguito alle minacce ricevute dalla bimba e dalla famiglia. L’episodio risale al 1960, tuttavia la scuola, come ribadisce più volte nel testo, rimane, nella nostra società, forse l’unico vero laboratorio di integrazione, che è ben di più della semplice inclusione…
La copertina l’ho scelta ma l’editore l’ha condivisa con convinzione. Si pensa che i diritti una volta acquisiti rimangano per sempre. Non è così e lo vediamo bene in questi nostri giorni. Nemmeno il diritto ad essere salvati in mare è scontato. Anche i diritti di scuola sono in pericolo. Se prevale l’idea che conta il successo individuale, che la competizione deve abitare le aule, vien meno il diritto a vedere compensato, attraverso l’istruzione, il crescente divario sociale dovuto alle condizioni economiche e culturali.

Il libro si dipana attraverso una serie di parole legate al mondo della scuola. Tra le nuove voci che ha inserito troviamo “competizione” e “meritocrazia”, due parole oggi sbandierate dalla società che secondo lei non dovrebbero appartenere al lessico scolastico. Come mai?
Perché la nostra vita e il bene della società dipendono dalla capacità di collaborare e non di vincere la corsa solitaria verso il successo. E poi c’è l’evidenza che mostra come le classi collaborative siano quelle che ottengono risultati migliori. E lo stesso mondo del lavoro richiede le competenze collaborative, a tutti i livelli. In una società diseguale come la nostra la meritocrazia è un mito che legittima le disuguaglianze. Ognuno ha quel che si merita vale sole se si parte da una condizione di ricchezza culturale ed economica almeno paragonabile. Ma non è così e allora il fatto di riuscire male negli studi dipende fortemente anche dal fatto che la scuola e la società non hanno colmato la disuguaglianza di partenza. Chi ha in casa cinque libri e non ha lo spazio per studiare e non ha un contesto che ritenga importante studiare difficilmente ha gli stessi risultati di chi viene da un contesto più favorevole. È compito della scuola non cristallizzare le differenze di partenza, ma lavorare per superarle.

A proposito di competizione e meritocrazia, cosa si nasconde secondo lei dietro l’ossessione per il voto che purtroppo domina ancora il nostro sistema scolastico? Ancor più in questi tempi di didattica a distanza è una corsa frenetica alla raccolta dei voti che rischia di far passare in secondo piano aspetti invece centrali del rapporto educativo.
Il problema non è tanto il voto, ma come noi lo pensiamo. Spesso il voto misura le conoscenze convenzionalmente riconosciute fondamentali dal nostro sistema scolastico e se i genitori pensano che la scuola sia tutta lì, non va bene. Ma sono anni che le scuole lavorano sulle competenze e così lavorano anche le indagini internazionali, ad esempio OCSE-PISA, e nazionali, come l’INVALSI. Se siamo fermi a enfatizzare il voto è perché c’è stato un uso strumentale del voto da parte della politica che ne ha fatto lo strumento per valutare insieme la scuola e lo studente. Basta pensare alla bufera sul cinque in condotta oppure alle discussioni per mantenere i voti sotto il quattro. Racconto sempre che il Trentino alle superiori non ha in pagella i voti sotto il quattro e i risultati dei suoi studenti e delle scuole sono eccellenti a livello internazionale. Non ci si può stancare di spiegare e spiegare, ai genitori, agli studenti, all’opinione pubblica. Che la scuola è il luogo delle opportunità per tutti e che ci sono molti modi di essere bravi. La meritocrazia è un inganno grave se non tiene conto dei dislivelli di partenza e se la scuola non mette in gioco tutte le strategie per compensare queste disuguaglianze. Sembra una cosa buona ma può essere la strada per cementificare le disuguaglianze. Se un bambino vive in una condizione di deprivazione sociale, non ha spazio per studiare, non ha un contesto che lo sostiene, di povertà economica, non può avere strumenti, colori, connessione, computer, di disagio sociale, i genitori sono incapaci di prendersi cura di lui, come possiamo pensare che una scuola che celebra il voto  gli renda giustizia? La Costituzione dà alla scuola il grande compito di traghettarci dall’uguaglianza formale a quella sostanziale. L’ignoranza è il principale ostacolo verso l’uguaglianza. Chi non sa comprendere la falsità di un messaggio politico è facile preda di ogni assolutismo, di ogni dittatura.

Un’altra ossessione costante è che gli alunni da casa non copino. In un recentissimo articolo comparso su “La tecnica della scuola” viene scritto che la didattica a distanza ha favorito la fantasia dell’inganno al potere, un paese di Lucignoli dove l’intento primario è il raggiro. Youtube pullula di video realizzati “da piccoli guru dell’imbroglio telematico spesso con tanto di sponsor” si legge. Lei cosa ne pensa?
Due cose.  La prima è che siamo un paese che socialmente accetta l’inganno e lo celebra come furbizia, a tutti i livelli. Ci sono genitori che protestano perché i figli che copiano vengono puniti con un voto basso o una nota. In fin dei conti lo fanno tutti, dicono. E non è vero per fortuna. Oppure, peggio ancora, dicono che sta al docente non farsi ingannare, sorvegliare meglio. Come se la scuola fosse il gioco di guardie e ladri. Ci sono paesi in cui copiare a scuola è considerato più grave che insultare o fare a pugni. E’ una mentalità da cambiare.  La seconda è che la didattica a distanza è radicalmente diversa dalla didattica in presenza e chiede modalità proprie anche di verifica delle conoscenze e competenze. Diciamo che è più facile verificare le competenze, con compiti di realtà, o autonomi, o creativi. Inutile inseguire i mille modi possibili di inganno!

Riprendendo l’immagine dell’eden biblico, lei insiste molto sulla scuola come “giardino di parole” in cui coltivare le parole: “bisogna che la scuola sia il luogo in cui l’esperienza del giardino reale e di parole sia sperimentata come possibile”.  In che modo si può fare questo e perché questa è una battaglia decisiva?
Dalle parole dipende la nostra possibilità di pensare. Poche parole, pochi pensieri, pochi ragionamenti. Ci si trova esposti alla demagogia, non si riconosce l’inganno. E poi le parole possono essere forti senza essere violente, ricostruire la fiducia e la giustizia, sciogliere l’aggressività. Oggi le parole sono malate e la scuola deve coltivare le parole buone della comunicazione gentile.

Lei tesse un elogio dell’empatia, scrivendo che senza questa qualità si è dei somministratori di saperi e dei misuratori di conoscenze, non degli insegnanti. L’eccesso di empatia però non rischia di portare ad una eccessiva accondiscendenza verso gli studenti e le famiglie?
L’empatia non è accondiscendere a tutto. È riconoscere le emozioni e permettere che le riconoscano in noi. È un vero scambio di umanità. L’empatia non è facile, perché ci espone e la relazione ci può toccare troppo. Richiede maturità ma difendersi dall’empatia vuol dire rinunciare alla qualità prima del rapporto educativo e cioè la relazione fra persone che si riconoscono piene di valore.

Nel libro critica in modo esplicito il termine “gender”, parola straniera da noi senza storia entrata come una bufera nelle scuole. Perché secondo lei questo termine ha creato così tanti malumori? Come giustamente scrive nel libro, combattere gli stereotipi di genere, non significa dire che i generi non esistono…
Critico la battaglia che si è fatta contro progetti importanti già presenti nelle scuole e orientati a riconoscere e superare gli stereotipi di genere. La paura del “gender”, termine utilizzato in modo improprio, dissociato dal contesto in cui è nato, ha agganciato un’ondata che definirei difensiva. La scuola si occupi di insegnare che a educare ci pensa la famiglia, hanno detto. È chiaro che non funziona così. L’alleanza educativa non è un’espressione che va a intermittenza: per il bullismo sì, per l’educazione di genere e affettiva no, per i disturbi dell’apprendimento sì, per l’educazione alla sessualità no. La scuola ha inutilmente sofferto un incremento di sospetto e di ostilità in nome di questa confusa battaglia. Abbiamo bisogno di educare alle relazioni in quanto da anni l’unico tipo di delitto in aumento in Italia è quello contro le donne: omicidi e aggressioni. Questo vuol dire che esiste ancora uno stereotipo di relazione fra uomini e donne che comprende l’idea di possesso e contempla la violenza. Non si tratta di opinioni ma di fatti. Allora la scuola deve occuparsene, in quanto luogo di relazioni e di educazione alla convivenza.

Questo libro è stato pubblicato soltanto un anno fa, eppure nel frattempo sono successe tantissime cose. Se dovesse aggiungere delle nuove voci, quali aggiungerebbe e perché? 
Scuola di prossimità. Per contestare l’espressione “didattica a distanza”, così infelice. E’ un’espressione che enfatizza l’aspetto tecnico e la distanza. Ma quello che è capitato è che la scuola ha saputo rendersi prossima, in modo impensato. È entrata nelle case e i ragazzi sono entrati nelle case dei docenti. Si sono visti e parlati e hanno tenuto il filo. Si sarebbero dovuti pensare anche altri modi di prossimità. Ma è questo il termine nuovo che ci serve.

Sulla didattica a distanza si continua a discutere tantissimo. È evidente che si tratta di un pallido surrogato che non sostituirà mai la vera scuola ma è anche vero che ha permesso agli studenti di continuare un percorso scolastico che altrimenti si sarebbe interrotto. Lei cosa ne pensa?
Menomale che si è potuto avviarla ma le indagini ci dicono che ha lasciato indietro un milione di studenti. Uno su otto. Non possiamo pensare di aver risolto così. Ora c’è da pensare a come ridurre la distanza fra chi ha sostanzialmente fatto scuola e chi invece si è letteralmente perso.

In un suo recente articolo “No alla generazione Covid” Recalcati, partendo dalla constatazione che la didattica a distanza non è certo l’ideale, scrive: “I maggiori effetti formativi si generano non a partire dai successi o dalle gratificazioni, dalle prestazioni mirabili o dalle affermazioni senza intoppi, ma dalle cadute, dai fallimenti, dalle sconfitte, dagli smarrimenti. Ebbene non è quello che sta accadendo sotto il terribile magistero del Covid 19? I nostri figli non si trovano forse confrontati con l’asprezza del reale invece che con il mondo sempre un po’ ovattato dell’ideale? Ogni processo autentico di formazione non è mai un percorso lineare, privo di interruzioni o di avversità, non è mai come percorrere un’autostrada vuota. Il movimento proprio di ogni formazione è spiraliforme e riguarda innanzitutto la capacità di rispondere alla ferita e al trauma: come ci si rialza dopo essere caduti?” È d’accordo con quanto scrive Recalcati? 
È un reale certo aspro. Se ne può uscire più saldi oppure no. Credo dipenda molto anche dal movimento complessivo della società intorno. Gli adulti come stanno? Sono capaci di contenere l’ansia dei figli? O si perdono tutti insieme appassionatamente? È davvero un momento cruciale.  Credo che la scuola possa aiutare anche i genitori.

Secondo lei chiudere le scuole superiori è stata una scelta facile e di comodo, frutto di scarsa lungimiranza e molta improvvisazione, o obbedisce ad una reale necessità vista l’emergenza che stiamo vivendo? Si poteva gestire la situazione in modo diverso?
Secondo i dati che sono stati resi pubblici, il contagio non avveniva a scuola ma sui mezzi di trasporto. Sempre secondo i dati sarebbero pochissimi i focolai scolastici, cioè le intere classi contagiate. Ma, nonostante il lavoro meraviglioso fatto dalle scuole per preparare un ritorno a scuola in sicurezza, i contagi complessivi crescevano e allora, per quel che posso dire, è stato opportuno chiudere. A chi dice che gli altri Paesi d’Europa non hanno chiuso le scuole, si può ricordare che  le condizioni dei trasporti e degli edifici scolastici sono lontanissime dalle nostre. Noi abbiamo imparato che tutto si tiene. Non basta dire la scuola è importante. Bisogna costruire scuole adeguate, trasportare in sicurezza studenti e lavoratori. Lo sappiamo tutti che le scandalose condizioni dei trasporti pubblici sono cosa vecchia, vecchissima. Erano gli anni Settanta, un compagno di scuola una mattina uscì dal finestrino dell’autobus per arrivare in tempo a lezione, tanta era la calca. Ma ci rendiamo conto?

Lei era solita iniziare il nuovo anno scolastico con una lettera ai suoi alunni e nel libro ha raccolto la prima e l’ultima che ha inviato. Se dovesse scrivere oggi una lettera ai suoi alunni, cosa scriverebbe? E ai suoi insegnanti?
Di poter imparare, anche grazie alla vita di scuola, a rendere prezioso ogni momento della propria esistenza. Anche quello, lungo e impensato, della pandemia. Non abbiamo perso nulla, abbiamo scoperto che ci sono molti modi di scuola, che il mondo è fragile, che insieme possiamo superare anche la tragedia, quanti ragazzi e docenti hanno vissuto la tragedia! Quando si tornerà scuola è il caso di ricordarcelo. I giorni che verranno sono ancora nuovi, niente è segnato già, si può fare bene, essere gentili, più giusti e più equi di quello che abbiamo saputo fare fino ad ora.

Mariapia Veladiano è nata a Vicenza. Laureata in Filosofia e Teologia, ha felicemente insegnato lettere per più di vent’anni ed è stata preside a Rovereto e Vicenza.  Collabora con “Repubblica” e con la rivista “Il Regno”.La vita accanto, pubblicato con Einaudi Stile Libero, è il suo primo romanzo, vincitore del Premio Calvino 2010, e secondo al Premio Strega 2011.Nel 2012 ha pubblicato, con Einaudi Stile Libero, Il tempo è un dio breve. Nel 2013 è uscito un piccolo giallo per ragazzi, Messaggi da lontano, con Rizzoli.  E, ancora con Einaudi Stile Libero, Ma come tu resisti, vita, una raccolta di minuscole riflessioni sui sentimenti e le azioni.Nel 2014 ha pubblicato Parole di scuola, edizioni Erickson. Liberissime riflessioni sulla scuola. Nel 2016  Una storia quasi perfetta, Guanda editore. Nel 2017, LEI, Guanda editore. Il nuovo romanzo, Adesso che sei qui, Guanda editore, uscirà nel  gennaio 2021.

Da Eterno splendore, 15 dicembre 2020.

Adesso che sei qui

Il nuovo romanzo uscito il 21 gennaio 2021

Incontriamo zia Camilla sulla piazza di un piccolo paese non lontano dal lago di Garda e dal corso dell’Adige. Per le borsette e i cappellini tutti la chiamano la Regina, e in effetti nel portamento assomiglia alla regina d’Inghilterra, con qualche stranezza in più. Qualcuno l’ha fatta sedere sulle pietre della fontana dove la raggiunge la nipote Andreina, e un pezzo di realtà di zia Camilla si ricompone.

È l’esordio, così lo chiamano, di una malattia che si è manifestata a poco a poco, a giorni alterni, finché il mondo fuori l’ha vista e da quel momento è esistita per tutti, anche per lei. Zia Camilla è sempre vissuta in campagna tra fiori, galline e gli amati orologi, nella grande casa dove la nipote è cresciuta con lei e con zio Guidangelo.

Ora Andreina, che è moglie e madre mentre la zia di figli non ne ha avuti, l’assiste affettuosamente e intanto racconta in prima persona il presente e il passato delle loro vite.

Una narrazione viva ed energica, come zia Camilla è sempre stata e continua a essere. Intorno e insieme a loro, parenti, amiche, altre zie, donne ­venute da lontano che hanno un dono unico nel prendersi cura, tutte insieme per fronteggiare questo ospite ineludibile, il «signor Alzheimer», senza perdere mai l’allegria.

Perché zia Camilla riesce a regalare a tutte loro la vita come dovrebbe ­essere, giorni felici, fatti di quel tempo ­presente che ormai nessuno ha più, e per questo ricchi di senso.

Le sere in cui arrivo tardi, entro nel lettone grande di zia Camilla e lei subito mi cerca la mano. “Sono Andreina, zia Camilla. Sono qua”, dico. “Che bello. Ah che bello che sei qua”, risponde. “Come stai zia Camilla?”. “Adesso che sei qui, il mondo comincia per me”.

La memoria malata pesca i ricordi
di Ermanno Paccagnini

A tutta prima, questo Adesso che sei qui di Mariapia Veladiano lo diresti un romanzo «dentro l’Alzheimer». E si va poi sempre più configurando come romanzo nel quale l’Alzheimer riveste un ruolo da coprotagonista insieme alla persona che lo sta vivendo e a chi ha deciso di assisterla.

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Ma la realtà è che Adesso che sei qui è il romanzo di una vita «vissuta nonostante l’Alzheimer». Ed è la vita, in un paesino alle primissime propaggini del Monte Bondone, degli zii Camilla e Guidangelo, «un uomo buonissimo» che adorava la moglie, «il suo cuore»: una coppia con i quali stavano pure il cane Pedro, nonna Maria e zio Leandro, «un uomo gentile» dagli «occhi azzurrissimi. Uomo quasi invisibile, nella casa». Una Camilla «minuta e dritta come una canna», con un «fisico poco contadino eppure robusto, capace di governare casa, campi e stalla senza fatica. Era un tratto della sua originalità, così come la passione bizzarra per alcune cose kitsch», e una passione per la fotografia. Il suo «grande dispiacere era stato non avere avuto figli. Dispiacer e di tutta la vita, eterno presente di un vuoto».

Un vuoto colmato da Andreina, una bimba «nata di troppo», perché dopo due femmine i genitori desideravano «un figlio maschio che continuasse la campagna», tanto da trovarsi battezzata «Andrea per dispetto» da una mamma già colpita da depressione post-partum dopo la nascita della seconda figlia, che cede alle istanze della sorella Camilla di affidargliela, rompendo quasi del tutto ogni rapporto con loro. Una «quasi figlia» che gli zii amano «incondizionatamente».

Ma la Andreina che qui racconta è «un a signora di mezza età nata e cresciuta in paese», con due figli ormai grandi avuti con Teo, laureato in legge ma che alla professione forense ha preferito il lavoro di traslocatore: grazie a questo ha incontrato una giovane Andreina scappata di casa, riportandocela, e sposandola tre mesi dopo. Ad Andreina un’inconscia paura fa rubricare come semplici distrazioni i «primissimi segni» dell’Alzheimer della zia, anche perché «Camilla aveva la tranquilla indistruttibilità di chi era stato molto amato».

E Andreina si rende conto che deve «imparare» non solo a gestire i «progressivi deficit di memoria» e il «deterioramento di funzioni esecutive» attraverso certi approcci (evitare espressioni quale «ti ricordi quella volta che…»), ma pure a difendere la zia dai tentativi d’isolarla in un «ospizio», sostituendo al «vedere solo la perduta normalità» la volontà di vivere questa «diversa normalità, perché comunque c’è una vita possibile per chi è malato, bella e piena, anche se diversa».

Ne viene anche un autentico, tenerissimo vademecum in forma narrativa (il collante sta nei corsivi tra i capitoli narrativi e in quelli di riflessione), che porta l’autrice a disegnare altre figure memorabili, grazie alle quali – e nonostante gli interventi del buffo quanto disastroso zio Alfonso, il fratello cappuccino di Camilla – Camilla «ha vissuto anche nella malattia. E ha distribuito allegria e gioia». Dalle due «governanti»: Merhawit , tanto ossessionata dal naufragio dei barconi, da spingersi sempre più a nord, lontana da ogni tipo di acqua; e l’algerina Naima con i due suoi figlioli, liberatasi da un marito padrone; alle «ragazze» del Progetto Alzheimer, che attraverso un rapporto osmotico con la zia giungono ad abolire ogni ricorso ai farmaci, dando spazio a una Camilla «sveglia, non lucida, ma sveglia, e si potevano fare le cose. Tutte le cose che lei era ancora in grado di fare».

Certo, «una donna fragile piena di emozioni e si vedeva», anche nel trasmettere «tutto il suo sgomento, la paura, il bisogno di riconoscimento, la necessità di entrare in relazione, il desiderio di parlare». E però sempre «bellissima, il corpo sottile, i piedi ben calzati nelle scarpe basse di vernice o di pelle scamosciata, i capelli a caschetto eleganti».

Ne viene allora anche un romanzo sulla memoria, in prospettiva inedita: una memoria affettiva che «inselvatichiva il presente ma coccolava il passato»; che, nel pescare una fotografia, «se ricordava qualcosa, raccontava; oppure la metteva da parte, senza preoccupazione», recuperando solo ricordi belli: e dove questo suo riscrivere la realtà diveniva «una specie di lezione di vita».

E così non solo «la zia Camilla viveva», ma con lei «tante persone si scoprirono vive e amabili», permettendo «di diventare tutti migliori». A partire dalle sorelle: l’estrosa zia Lauretta, ben gestita nel suo morbido riavvicinamento a Camilla; ma pure la madre di Andreina, anche se ha un poco da «finale in gloria» il suo porre termine ad anni di astiose incomprensioni e silenzi. Interessante anche la prospettiva della Andreina insegnante (come l’autrice): richiamata nel frequente parallelo tra Camilla e i suoi alunni a proposito dell’imparare a leggere incertezze e sgomenti del vivere.

Una narrazione affettuosa, con una scrittura comunicativa che, salvo qualche espressione o tratto edulcorati, sa ben dosare i passaggi dal dramma alla malinconia, al sorriso, all’allegrezza e persino al comico nel delineare il percorso dalla fragilità alla ripresa del possesso di sé, quale che sia il presente, grazie agli altri.


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Da La Lettura – Corriere della sera, 17 gennaio 2021, 23.

Veladiano, l’arte di riparare con l’amore
di Fulvio Panzeri

Il nostro tempo ha sempre più bisogno di “romanzi di formazione”, in grado di applicare, in modo creativo e nuovo, il senso che questo genere di narrativa ha avuto nella grande tradizione del romanzo e che considerava “formazione” solo il passaggio dalla giovinezza all’età adulta. È possibile, ma anche necessario, estendere l’accezione e lo dimostra Mariapia Veladiano, che si assesta così tra le voci narrative più sicure e intense, ma anche umanamente vive nella tensione della scrittura, della narrativa italiana di oggi.

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Infatti con il nuovo romanzo Adesso che sei qui (Guanda) ci racconta il senso che può avere la “formazione” nei confronti delle persone più amate, degli affetti sicuri, quando si manifesta quel senso della fragilità che li porta a un disorientamento della percezione di sé, della memoria, della cognizione dei gesti più quotidiani, quando “il signor Alzheimer” fa il suo esordio nelle loro vite e diventa un ospite inatteso e sconosciuto, che destabilizza le vite, non solo di coloro con cui sceglie di convivere, ma anche del contesto familiare e sociale che gli sta intorno.

La Veladiano ci racconta una “formazione”, in grado di trasformare il disorientamento e la paura di fronte a una malattia considerata difficile da gestire al di fuori delle “strutture protette” o come vengono chiamate oggi, delle “residenze” per anziani, che è la soluzione che prospetta una riunione dei parenti, poco tempo dopo che la presenza del “signor Alzheimer” si è dimostrata palese a tutto il paese, non lontano dal lago di Garda, in Trentino. Zia Camilla che vive sola dopo la morte del marito, manifesta un disorientamento proprio sulla piazza del borgo. Di lei si prende cura la nipote Andreina, che è diventata la figlia che zia Camilla ha sempre desiderato e mai avuto, avendola presa con sé e cresciuta fin da piccola, quando un momento buio e di malessere della madre naturale ha fatto sì che lei trovasse, all’interno del gruppo familiare, un luogo sicuro di affetti che ne garantisse una crescita serena e felice.

È lei, Andreina, insegnante con molti anni d’esperienza, che sceglierà una strada diversa, quella di stare vicino alla zia, di “riparare” i primi guasti della malattia, con un atteggiamento sereno, lucido, dove anche le bugie hanno la loro forza nel mantenere quel che resta dell’equilibrio interiore profondo di questa straordinaria figura di donna che è zia Camilla, minuta e generosa, da sempre chiamata “la Regina” perché alla regnante d’Inghilterra un po’ assomiglia.

Anziché assistere all’inevitabile assedio dell’“ospite” e alla conseguente fase degenerativa, sceglie di “riparare”, di riportare in una diversa dimensione i nuovi giorni della zia, creandole intorno una piccola comunità che riempe lo scorrere del tempo, la porta a gestire, pur nel nuovo passo lento che le situazioni richiedono, una propria autonomia, puntando tutto sullo svelamento di quella parte affettiva, che è la vera ricchezza di questa donna. Un aspetto che, riportato vivo nell’esperienza quotidiana, è in grado di restituirle momenti di serenità e di quiete: non si dimenticano la forza degli abbracci che zia Camilla sa ancora dare, prima alla donna venuta dall’Eritrea, ospitata dal prete del paese, che aiuta Andreina quando va a scuola; poi al figlio della ragazza giovanissima, algerina, ma già con due figli piccoli, che è fuggita da una relazione sbagliata, tutti e tre ospitati in casa della zia e infine al cane che le ha portato Andreina, molto somigliante al suo amato Pedro, che un giorno era scomparso e mai più ritornato. Insieme a loro troviamo anche le “ragazze” del “Progetto Alzheimer”, ognuna con una loro specificità, che arrivano a una confidenza tale da infrangere le regole del progetto, senza per questo, inficiare il loro lavoro e l’esito dell’intervento.

Ciò che Andreina riesce a costruire intorno alla malattia della zia, in termini di relazioni umane, più che di medicinali (utili, ma non indispensabili e inefficaci senza la presenza dell’aspetto relazionale), porta a una visione nuova, al rispetto di ciò che è ancora vivo nel profondo, anche se la memoria, per certi versi si è guastata. Allora è necessario trovare una diversa possibilità di sguardo, capire come sia possibile arrivare a una “formazione” che tenga conto delle “fragilità” e non le consideri solo da un punto di vista pratico: si tratta di formulare per la zia una vita diversa, dove lei possa riprendere confidenza con ciò che la memoria le riporta: le canzoni che ascoltava, la generosità dei suoi abbracci, il senso puro del suo mondo contadino.

Il senso di questo romanzo, la sua serena e aperta disponibilità alla speranza, resa ancor più tesa dalla lucidità ferma della scrittura della Veladiano, sta nella possibilità che pone di far sì che lo sguardo sia aperto e non cerchi una infida cecità: “C’è questa idea, mito, folle autoconvinzione che la vita sia vita solo se si riesce a ignorare la sua fragilità. Ma la fragilità, con tutto il suo disordine, è la verità delle nostre vite. La vita è sempre fragile e disordinata. Ecco la verità”.

Così la scrittrice scrive un canto d’amore assoluto, che riporta alla tensione delle parole di san Paolo, affidando la voce narrante a una nipote che è diventata figlia e restituisce alla zia, che riconosce come madre, la dignità di tutto l’affetto e di quella benedizione naturale che ha ricevuto, compiendo, con la stessa intensità naturale, quella “riparazione” d’amore che da piccola ha avuto dalla zia-Regina.

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Da Avvenire, 22 gennaio 2021, “Agorà”, 2.

Romanzo d’amore, famiglia e malattia nel tratto delicato di Veladiano
Corriere delle Alpi, 20 gennaio 2021

Il mondo di zia Camilla
Corriere del Veneto, 20 gennaio 2021

La coscienza e l’Alzheimer
Il Giornale di Vicenza, 20 gennaio 2021

“Racconto mister Alzheimer”
L’Eco di Bergamo, 24 gennaio 2021

L’Alzheimer una “coccola” per il passato
BresciaOggi, 25 gennaio 2021

Affrontare la vita “fragile”
L’Adige, 3 febbraio 2021

Cari professori, usate la grazia

Finalmente i ragazzi tornano a scuola. A gennaio le superiori riaprono con addosso gli occhi del mondo. E le attese del mondo. C’è chi si aspetta soprattutto che venga recuperato il “tempo perduto”. Una corsa da riprendere, dopo l’interruzione, doppia, della pandemia.  Possono essere i genitori più orientati al risultato, come si dice, che cercano nel successo scolastico una protezione dal futuro incerto e difficilmente prevedibile e governabile in questo mondo impensato in cui ci troviamo a vivere ormai da quasi un anno. Oppure possono essere quei docenti che si sono trovati più in sofferenza con la didattica a distanza, perché sono mancati i mezzi, o non avevano competenze mai richieste prima d’ora, oppure perché la disciplina si adattava con oggettiva difficoltà al nuovo modo di insegnare. Se si aggiunge che qualche scuola rientrerà con il primo quadrimestre non ancora chiuso, il rischio, magari nella buonafede di tutti, è un’orgia di compiti e interrogazioni.

Ecco, non si può.  A tornare saranno gli adolescenti che il virus ha compresso in casa in compagnia di tutte le belle e tremende ribellioni dell’età inquieta. In ogni caso si torna in classe in un tempo ancora sospeso. Senza la certezza di poter restare. Se ci sarà una terza ondata, come si dice.  C’è chi torna toccato dal lutto, oppure dalla malattia sua o dei suoi cari, oppure sfiorato dalla paura o devastato da una sofferenza psichica nuova. Ragazzi che non vogliono più uscire di casa, per non parlare di andare a scuola. Ogni passaggio di questo anno scolastico può costruire o distruggere e molto dipende da quanto gli adulti, i docenti, sapranno valorizzare la nuova prossimità con i ragazzi. Non esiste nessun tempo perduto se ogni esperienza diventa valore. E non è un tema, come dire, solo da specialisti. Non si tratta di moltiplicare gli psicologi a scuola. Si tratta di attivare la capacità riparativa di una buona vita di classe e civile.

Uscendo da casa i ragazzi riprendono quel movimento di autonomia dalle famiglie che è una componente fondamentale della crescita e i docenti sono chiamati a riconoscere le ferite, le fragilità con cui si presentano. Che somigliano probabilmente a quelle che viviamo in tanti, ma gli adulti siamo noi e sta a noi attivare attitudini di ascolto e riparazione. Un compito educativo, umano e civico che chiede libertà dall’ansia del fare.

“Fare” molte cose  visibili e universalmente riconosciute come “cose di scuola” è rassicurante per tutti. Ci rassicura anche rispetto al desiderio di un ritorno alla normalità, alla scuola com’era. Ma non sarà più com’era e va anche bene così, visto che da anni non riusciva a riparare le disuguaglianze. L’ombra della fragilità la accompagnerà. Non si potrà ripartire da dove si era interrotta. C’è da costruire una scuola pronta a mille forme diverse di prossimità.  A volte resistere è assecondare il tempo nuovo che viene.

La scuola che riapre riattiva processi di equità. La possibilità della didattica a casa è legata a quelle condizioni socio, economiche e culturali che determinano, secondo tutte le indagini sugli apprendimenti, i risultati scolastici. E la crisi economica è stata subito crisi scolastica. Questi ragazzi che abbiamo perso torneranno a scuola più diseguali e dobbiamo trovare insieme ai compagni di classe modi di recupero di intensità nuova, con l’aiuto della società civile. Capita già  in tanti posti, da Milano (l’associazione Non uno di meno, di ex docenti e presidi, che affianca le scuole) a Palermo (le Comunità educanti). Si può davvero fare.

Da La Repubblica, 4 dicembre 2020.

piccoli maestri (d’umanità)

Si può non saperlo proprio fare, di essere eroi. Si può non avere nemmeno il coraggio, prima, si può appartenere alla classe sociale che ha dovuto conquistare con affanno il diritto di esistere o a quella che da generazioni nasce accomodata nei suoi privilegi. Si può essere iperconsapevoli, analizzare i dati, i fatti, la storia e le conseguenze, oppure semplicemente si può essere intessuti di bisogno di giustizia, si sa qual è la parte giusta per semplicità, lasciando arrivare la compassione, lo sdegno, la fratellanza. Si può fare la scelta giusta senza enfasi né prima né dopo.

Luigi Meneghello scrive I piccoli maestri (Rizzoli, Milano 2015) da molte distanze. Una distanza temporale di vent’anni rispetto ai fatti raccontati. Una distanza spaziale, si è trasferito a Reading dove è a capo del Dipartimento di studi italiani. Una distanza anche culturale e linguistica. Ha cominciato a scrivere I piccoli maestri in inglese, poi ha sospeso, intanto il Neorealismo ha raccontato l’epica della Resistenza italiana, con la retorica quasi obbligata dal tremendo ventennio di attesa e impegno.

Poi, dopo molti anni, Meneghello trova la voce per quel piccolo gruppo di amici vicentini, discepoli di Antonio Giuriolo, «oppositore totale al fascismo», che è professore «ma non fa scuola perché non ha voluto prendere la tessera». Da lui «s’impara quello che si dovrebbe imparare a scuola» (31s). Antonio Giuriolo fu il fondatore a Vicenza del Partito d’azione e poi quando entrò in una brigata di Giustizia e libertà che agiva sulle montagne bellunesi e vicentine, i suoi più giovani amici e discepoli lo seguirono.

Qui comincia a raccontare Meneghello. Loro vanno sulle montagne perché sono fieramente antifascisti e intendono cambiare l’Italia. Ne parlano, se lo dicono, nelle discussioni. Poi in montagna avviene il passaggio dalle parole alle marce, alla fame, alla pioggia, al freddo, alla paura, al pericolo e alla morte, e allora la geometria delle argomentazioni ondeggia, ma non la certezza della scelta. È che il mondo partigiano che incontrano è davvero così socialmente e culturalmente diverso da quello di provenienza che a volte sembra di affacciarsi sulla vertigine del caso.

Ad Asiago gli amici vicentini vengono aggregati al «primo vero reparto di montagna». Lo comanda il Castagna: «Era di quegli uomini positivi, sodi, pratici di cui si sentiva istintivamente il bisogno» (70). Del gruppo fa parte anche il Finco «l’uomo più temibile dell’Altopiano» (72). Meneghello gli parla, vuole capire perché questo partigiano non è forte nel senso che ci si aspetta, è «sul magro, col viso di cera», dichiara subito di essere delicato, è nel reparto da «grande Indipendente», speciale in tutto, «per armamento, vitto, diritti, doveri» (72). Meneghello vuol capire perché è su, in montagna, e cosa farà giù, dopo, se tornerà. Ma non c’è una teoria. La sera nella grotta davanti un bel fuoco di legna i partigiani cantano: «Sono passati gli anni / sono passati i mesi / non passeranno i giorni / e sbarcarà i inglesi / La nostra patria è il mondo intèr / la nostra fede la libertà / solo pensiero – salvar l’umanità» (74).

Fede nell’umanità. Castagna «non aveva teorie preconcette» sulla guerra. «L’idea era di spostare la gioventù dell’Altipiano dai piccoli centri abitati ai greppi deserti; la guerra si sarebbe fatta secondo il bisogno, senza andare a cercarsi rogne speciali». Meneghello è affascinato: «Si sentiva che qui le cose erano venute prima delle idee e la faccenda sembrava riposante» (75). Non è così semplice evidentemente, ma invece alla fine è anche semplice stare dalla parte giusta quando l’apocalisse, una «crisi quasi metafisica» (105) si manifesta.

Quando il gruppo incontra Antonio Giuriolo, un’altra forma di semplicità si manifesta, quella del discepolato: «Antonio non era solo un uomo autorevole, dieci anni più vecchio di noi: era un anello della catena apostolica, quasi un uomo santo. Senza di lui non avevamo senso, eravamo solo un gruppo di studenti alla macchia, scrupolosi e malcontenti; con lui diventavamo un’altra cosa (…) Antonio era un italiano, in un senso in cui nessun altro nostro conoscente lo era; stando vicino a lui ci sentivamo entrare anche noi in questa tradizione» (85).

Diventare italiani (e umani) per contatto, quasi, per esposizione. Qualcosa di potentissimo, da ricordarci l’un l’altro nei momenti di crisi, quando il rischio di scivolare nell’esclusiva cura del nostro piccolo o grande bene minacciato da una qualche crisi, per grave che sia, si presenta con la maschera chiassosa della demagogia.

Per il «popolo», come chiama Meneghello i partigiani delle montagne, e per i giovani intellettuali di città si tratta di non perdere il punto della nostra umanità. Ciascuno nel suo modo. Accettando la natura spuria delle intenzioni, l’opacità delle scelte, la progressiva correzione degli effetti.

«Se non avevamo un nostro fronte interno, avevamo però qualcosa di meglio: l’alleanza clandestina ma naturale di un gran numero di persone. I professionisti veri e propri erano indubbiamente pochi; ma il margine dell’adesione e della compromissione degli altri era enorme». Per lo più era gente che non si sarebbe mai sognata di fare la Resistenza per conto suo, ma per i ragazzi che la facevano erano disposti a molte cose (cf. 210), a spartire il niente che avevano, a rischiare rappresaglie e deportazione. Essere nel mondo o tirarsene fuori, l’alternativa del tempo di calamità.
Del nostro tempo.

Da Il Regno, 15 maggio 2020.