la caduta

Albert Camus scrisse La caduta (qui Euroclub, Milano 1979) quattro anni prima di morire. Era il 1956, l’anno dopo avrebbe preso il Nobel per la letteratura. Era intellettualmente un isolato. Ripudiato il comunismo, il capitalismo e ovviamente, prima ancora, il fascismo, era sostanzialmente attaccato da tutti gli ex amici di ideologia ed era parte a sé stesso.

Come il protagonista di questo ossessivo monologo, l’avvocato Jean-Baptiste Clamence, prima ammirato principe del foro di Parigi, ora, al tempo della narrazione, misterioso oscuro consigliori di ladri o falsari, in un oscuro baraccio di Amsterdam, il Mexico-City. Parla sempre lui e non dà mai la parola al suo ascoltatore – interlocutore proprio no – che però non è il lettore generico. Ha più o meno l’età del narratore, è abbastanza colto e ricco, non è stato generoso con i poveri.

È lo specchio di chi parla. È l’intera possibile conosciuta o sconosciuta umanità. La pretesa è quella di uno sguardo totale sul desiderio, il vizio e la virtù degli uomini. Uomini come genere perché lo sguardo è proprio maschile. È piena di donne, la narrazione della vita di Jean-Baptiste Clamence, ma in nessun modo le donne sono protagoniste di qualcosa. Sono oggetto (di desiderio), trofeo (per tutta la prima parte della vita di lui), trappole in cui cadere sapendo di farlo e quindi giochi, puri giochi. Ma non c’entrano. Perché il potere è degli uomini.

Difficile trovare oggi un romanzo così innocentemente (intenzionalmente) chiuso nell’orizzonte maschile.

Jean-Baptiste (Giovanni Battista, il precursore?) ripercorre la strada del suo successo professionale, l’ebbrezza dell’essere ammirati, le mille donne conquistate e lasciate. Con il senno di poi, la ripercorre. Il poi è quello che arriva dopo la consapevolezza, la scoperta, per lui improvvisa, che alla fine quel che si vuole ferocemente è «vivere in alto» per «esser visto e salutato dal maggior numero». Ma «in fin dei conti, per essere conosciuti basta uccidere la portinaia» (138). Ecco.

Oggi le portinaie non esistono più, ma potremmo attualizzare: per essere visti basta uccidere la moglie, violentare la fidanzata o andare in televisione, sui social, basta esagerare, scatenarsi nella trovata più grossa, scandalosa, smisurata. Finché qualcun altro non trova quella più smisurata ancora. Tutto per sentirsi «figlio di re o roveto ardente» (140). Principe o Dio, comunque prescelto. È un vorticoso passare da un’intuizione all’altra, ciascuna potrebbe aprire una strada nuova, una saggezza nuova ma non capita perché Jean-Baptiste non ha la consistenza morale ed emotiva necessarie per ricavare qualcosa dalle proprie riflessioni. Capisce, esplicita anche, con lucidità, ma passa oltre.

Come quando dice che è stanco, che ormai la chiarezza di mente che gli amici gli riconoscevano da avvocato brillante quale era, non se la sente più sua. Anzi, nel frattempo ha scoperto di non avere più amici, «solo complici. In compenso ne è cresciuto il numero, sono diventati il genere umano» (168).

Tutti siamo ugualmente colpevoli di tutto. Sappiamo e scappiamo. Facendo finta che sia troppo tardi per fare qualcosa, come ha fatto lui, alla fine lo racconta all’ascoltatore concreto e universale al quale si rivolge.

Una sera sul Pont Royal ha incontrato una donna che appena un secondo dopo che lui l’ha sorpassata si è buttata nella Senna. E lui l’ha sentita gridare, e poi basta. E poi è tornato a casa. Ma il vero si è proposto, e tutto quello che poteva essere affogato nel vino e seppellito fra le braccia di una donna diventa impossibile. Fine dell’innocenza, se mai c’è stata.

Ma qual è la caduta? Cade una donna, dal Pont Royal a Parigi, il suo urlo trapassa la notte e insieme la vita di Jean-Baptiste Clamence. Molto probabilmente è morta, ma nemmeno questo si sa, perché lui, dopo, nei giorni successivi, non legge nemmeno i giornali. Cade la vita di lui. Questo lo si sa. La caduta di lei è la caduta di lui, punto di non ritorno. Pensa di essersi lasciato alle spalle l’intera faccenda, ma non è così.

Una risata – il riso! Ecco come il riso è davvero pericoloso, lo scrivevano i padri del cristianesimo – lo perseguiterà a partire da qualche sera dopo. Una risata non cattiva, leggera, ma una risata. Chissà che cosa vuol dire. Tutto quello che fai non conta? Tutto è leggerissimo? Chi credi di essere? E cade, alla fine, ogni possibile composizione del dramma. La vera caduta è questa forse, ed è la caduta originaria, dell’essere uomini e donne (ancora) senza redenzione. Quando abbiamo scoperto che «ogni uomo intelligente (…) sogna di essere un gangster e di regnare sulla società con la sola violenza», ma «siccome non è facile come si potrebbe pensare (…) ci si affida alla politica e si ricorre al partito più crudele» (157), allora davvero non si può tornare indietro, dalla consapevolezza non c’è ritorno.

Possiamo stordirci ma alla lunga non funziona, oppure trovare una scorciatoia forse accettabile. La sua è questa: diventare «giudice penitente» (133). Confessare a chi incontra la propria abiezione, lentamente, metodicamente, con l’abilità consumata di un avvocato (oggi potrebbe essere un giornalista? Un filosofo del web? Influencer? Un esperto moderno di spiritualità eclettica, spiccia, profonda?), assumere la radicale condizione di penitente per poter raccontare, riconoscere ogni tremenda colpa d’azione e d’omissione, così che anche chi lo ascolta sia indotto a riconoscere, catarticamente, superficialmente, qualunquisticamente le sue colpe che sono quelle di tutti.

E poi finalmente essere giudice, spietato affilato giudice di tutti.

Forse che in tutto questo qualcosa ci è oggi piuttosto familiare?

Da Il Regno – attualità, 15 novembre 2023.

Lettera a una professoressa

Don Milani è divisivo. Lo è stato sempre e continua a esserlo. La gioia assoluta di ogni editore, oggi. Divisivo vuol dire polemiche, articoli, visualizzazioni, popolarità, denaro. Povero lui, che povero scelse di essere e solo dei poveri si è occupato. E poveri anche noi, perché davvero non è facile mantenere il piè fermo nella confusione.

Allora. Chi frequenta per mestiere e passione il mondo della scuola e della letteratura sa che Lettera a una professoressa (Libreria editrice fiorentina, Firenze 1976) è un capolavoro. Di scuola e di letteratura. L’incipit perfetto, diretto, sfacciato, che ogni autore sogna di trovare: «Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti» (9), e già siamo obbligati a continuare a leggere.

E insieme la competenza, oggi si direbbe così, nelle questioni didattiche e pedagogiche più vere e appassionanti: la dispersione scolastica, sempre usando il lessico dei nostri tempi, la didattica cooperativa buona sempre e praticamente obbligatoria nella pluriclasse (cioè costituita da studenti di diverse età che in contesti diversi sarebbero distribuiti per classi omogenee) che don Milani aveva di necessità creato a Barbiana; la didattica immersiva per le lingue straniere (i ragazzi di don Milani andavano all’estero a lavorare e così imparavano le lingue eccome) e così via.

C’è talmente tanto di tutto quello che a scuola s’è fatto dopo, che ci si chiede come sia possibile attaccare anche ferocemente questo prete bizzarro che in un oscuro paese dell’Appennino insegnava la parola a un manipolo di ragazzi sicuro che questo fosse il suo compito di predicatore della parola di Dio.

Forse il motivo è quello di sempre, quando partono attacchi sgangherati. Che ha ragione, che quello che ha scritto rimane, come capita ai classici della letteratura, e anche loro sono di tanto in tanto divisivi, e allora resta solo l’arma del discredito, anche personale, e pure questo gli è capitato, in tempi recenti.

Comunque. Lo si accusa, testi alla mano, di essere il padre della deriva lassista della scuola italiana, perché ha smontato il feticcio del merito: «Selezione suicida»; «Una scuola che seleziona distrugge la cultura» e così via (104s). Si sa che ai testi, torturandoli opportunamente, si può far dire quello che si vuole. Tagliando, estrapolando, isolando parole ed espressioni.

E infatti. Don Milani di merito e selezione parla sì, ma a partire dalla disuguaglianza. Il merito va benissimo ma dopo che la scuola ha riparato la condizione d’immenso, iniquo svantaggio con cui i bambini arrivano a scuola. Non c’è storia di merito possibile, racconta Lettera a una professoressa, se c’è chi nemmeno ci arriva a scuola come accadeva ai bambini del tempo di Barbiana se non ci fosse stata Barbiana, e come accade oggi, se non recuperiamo i bambini dispersi, si chiama dispersione ma potremmo chiamarlo sprofondamento. Sommersi, invisibili, spariti, vivi perché hanno imparato l’arte di sopravvivere nei ghetti delle città.

Ecco. Magari a molti sta bene, che le cose vadano così. Se si nasce dalla parte giusta, ci può andare bene. Se la scuola italiana (e di parte del resto dei paesi ricchi) non ha saputo colmare questa disuguaglianza è perché non ha seguito abbastanza don Milani, non perché lo ha seguito troppo. Non ha dato sufficienti risorse per dare la lingua italiana a chi arriva in classe senza parole, perché culturalmente bisognoso o perché straniero. Non si è fatta carico a sufficienza dei poveri, di cultura e di spirito.

Dove questo è stato fatto, scuole che noi gente di scuola, appunto, conosciamo bene e ammiriamo e studiamo, ci sono stati risultati splendidi, come a Barbiana. Non bocciare vuol solo dire che «arrivare alla terza media non è un lusso. È un minimo di cultura comune cui ha diritto ognuno. Chi non l’ha tutta non è Eguale» (80s).

Lo si accusa di manicheismo: i poveri tuttibuoni, i ricchi tutticattivi. Iniziatore inconsapevole e involontario della deriva armata del Sessantotto, ma non per questo senza colpe, perché da una posizione all’altra si scivola e lui è il maestro (cattivo) a cui tanti si sono ispirati. Lui che ha pagato carissima la posizione antimilitarista della Lettera ai cappellani militari. Ma la Lettera a una professoressa lo dice chiaro, che anche i ricchi escono male dalla scuola che esclude, perché «ai ricchi toglie la conoscenza delle cose» (105).

Contro di lui si arruola (termine esatto, è una battaglia) l’uno su mille, fra i poveri, che ce l’ha fatta e che testimonia come il duro lavoro sul greco e sul latino può dare il riscatto sociale. Verissimo, purché al liceo ci arrivi, e non sia infinitamente pluribocciato prima di trovare chi gli dà la parola, le parole, la lingua, come faceva ostinatamente don Milani.

E comunque, questa retorica consolatoria finge di non sapere che fra i 999 che non ce la fanno la maggior parte non è pigra e colpevole, è solo nata senza giustizia intorno.

La forza della Lettera a una professoressa è la contabilità degli esclusi. Le tabelle finali. I bocciati sono i poveri. Scartati. C’è esattamente questa parola, che è scolastica e politica. 

Don Milani non ha mai voluto essere copiato, cacciava chiunque gli chiedesse risposte e soluzioni. Stava in un paese che non aveva scuola e ha fatto scuola. I suoi bambini avrebbero continuato a zappare zolle (e forse questo va bene a tanti, quali che siano le zolle) e invece hanno viaggiato per il mondo, hanno fatto mestieri diversi, sono diventati anche professori e politici.

Ha detto in faccia al mondo che la disuguaglianza fa male a sé stessi, alla società, alla pace. Ha dato una speranza. 

Quelli che lo criticano possono dire lo stesso? 

Il Regno – attualità, 15 giugno 2023.

Trovare consolazione

(su Messaggero di Sant’Antonio) L’esperienza di essere infinitamente amati da Dio può diventare esperienza di poter amare qualsiasi condizione in cui ci troviamo. Anche le più difficili.

Centocinquant’anni fa, il 22 maggio, moriva Alessandro Manzoni. Le celebrazioni sono cominciate da un po’, e anche le discussioni, i silenzi, certi imbarazzi. I promessi sposi viene letto a scuola, ancora oggi, e c’è chi dice che è troppo difficile. Lessico, argomenti, contesti lontani e complessi, incomprensibili per i nostri studenti e le nostre studentesse. È possibile che sia così, che sia necessario trovare autori più vicini che sappiano raccontare il sopruso, l’offesa, la resistenza. E poi la miseria di una fede accomodata come quella di don Abbondio, o fiera e combattente come quella di fra Cristoforo, o colta, consapevole, santa come quella del cardinal Federigo. Ma per la fede questo romanzo è una piccola miniera. 

Quando racconta del modo sconcio e blasfemo con cui la piccola Gertrude viene indotta dal principe padre a diventare monaca, a un certo punto Manzoni scrive: «È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato c’è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non c’è, essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità virtù» (capitolo X).

Non suona bene alle nostre orecchie moderne. Sembra acquiescenza. Una rinuncia al vero sacro diritto alla felicità personale. Ma come? Se lei, Gertrude, voleva essere sposa, o comunque non monaca – questo rimane chiaro in ogni passaggio della storia –, e per una serie di sì estorti, emotivamente estorti, rimane imprigionata per sempre in una condizione che non desidera, come si può scrivere un’enormità di questo tipo? E poi: noi cristiani la sentiamo vera? O la percepiamo violenta, eccessiva, inadeguata alla realtà delle nostre uniche preziose vite?

La vicenda di Gertrude è estrema, tanto che è diventata in mille modi emblematica della violenza nascosta delle relazioni, sociali e anche famigliari. Ma probabilmente a molti di noi capita di trovarsi in qualche modo prigionieri delle circostanze, oppure della propria storia, che da lontano ci ha condizionato a scegliere male. Esiste un non detto, nelle storie di famiglia, che condiziona quello che noi siamo anche se non lo sappiamo, ad esempio. Oppure, semplicemente, alcune scelte le abbiamo fatte in situazione di emergenza, o di fuga, o di confusione emotiva.

Come si fa, allora? È vero che la fede offre consolazione anche in queste situazioni? Il Vangelo non conosce l’esercizio del giudizio tranchant. I «guai a voi!» di Gesù non sono condanne, sono inviti a uscire dalla falsità, dall’uso strumentale della fede. Mai nel Vangelo si giudica chi con fatica affronta il vivere quotidiano, quale che sia. Però ci sono degli incontri. La samaritana ha una situazione molto complicata. Oggettivamente non è chiaro come uscirne e infatti Gesù non le dà istruzioni di vita, la riporta alla sua verità. Non sappiamo che cosa ha fatto dopo l’incontro. Intanto ha trovato qualcuno che non ha paura della verità e le parla, la accoglie.

Poi c’è la parabola del vino nuovo in otri vecchi. Non è una parabola conciliatrice, è una parabola esigente. Non finisce dicendo che è sufficiente riparare gli otri vecchi e tutto va bene. Dice che la storia è un’altra, che tutto è nuovo a partire dal Vangelo. Anche la capacità di amare. Ecco, trovare consolazione in qualsiasi circostanza è una possibilità, non un comandamento, un obbligo. Senza giudicare, pronti ad accogliere ogni infelicità, ma sì, l’esperienza di essere infinitamente amati da Dio può forse diventare esperienza di poter amare qualsiasi condizione in cui ci troviamo.

Messaggero di Sant’Antonio, 22 maggio 2023.

Fontamara

Oggi si direbbe che Fontamara di Ignazio Silone (San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 1997) è un libro divisivo.

Per alcuni è datato perché a quasi un secolo di distanza dai fatti narrati i cafoni protagonisti della storia ora sono altri, qualitativamente diversi, soprattutto niente hanno a che fare con la terra. Un libro a tesi con qualche errore perché a primavera i cafoni sono analfabeti e in autunno invece costruiscono un giornalino rivoluzionario, e che giornalino.

Per altri invece è un classico, dove i personaggi sono archetipi, dove le dinamiche sono figura di quelle di oggi, perché il potere è sempre potere e quello fa, dominare i poveri con la legge e l’inganno. E, soprattutto, la terra è sempre terra. E anche l’acqua. Da cui tutto parte. E l’acqua era tutto nel primo libro della Genesi, dove nel Paradiso terrestre i fiumi sono quattro, era tutto nel 1929, quando prende inizio Fontamara, ed è tutto oggi, in questi giorni in cui compulsiamo il meteo a cercare la pioggia.

Il romanzo è stato pubblicato nel 1933 in lingua tedesca. Silone era in Svizzera, il fratello era morto in prigione torturato dai fascisti appena un anno prima. La storia è ambientata nella Marsica, al confine fra l’Abruzzo e il Lazio. Il nome del paese è inventato ma sta dalle parti del lago Fucino, prosciugato per fare spazio a ricche colture di frumento che all’epoca erano in mano a grandi proprietari e che i piccoli contadini continuavano a sognare di poter un giorno possedere in ragione di una giusta redistribuzione.

Tutto comincia con un inganno, l’ennesimo. Una sera un forestiero arriva in paese e intercetta gli uomini raccolti di ritorno dal lavoro e li induce a firmare dei fogli. Una petizione, dice il forestiero, al nuovo Governo che finalmente ascolta i cafoni. Soprattutto assicura che non c’è niente da pagare. Niente da pagare è la formula magica per chi è poverissimo e così i presenti uno a uno firmano e poi il forestiero semplicemente aggiunge le firme di chi manca ed è già andato a casa.

Nessuno sa bene che cosa ha firmato, ma la mattina dopo il corso dell’unico ruscello che porta acqua alle aride terre di Fontamara viene deviato verso le terre dell’Impresario appena nominato podestà, un parvenu del regime fascista ormai ben assiso sulla cadrega di un potere non più così nuovo, ma che i cafoni di Fontamara nemmeno conoscono.

Il resto è uno scivolamento verso la catastrofe. Qualsiasi cosa i cafoni facciano, pacifica, sgangherata, meno pacifica, finisce in ulteriori inganni. Spinti da don Circostanza, un eminente che ritenevano amico, accettano che l’acqua sia suddivisa fra loro e il nuovo padrone nella misura di due terzi e due terzi, e a chi non sa la matematica può sembrare cosa equa. Poi ancora accettano che l’accordo non duri cinquant’anni come proposto dall’Impresario, ma dieci lustri, come media don Circostanza. Appunto.

Bisogna rileggerlo questo romanzo, è un capolavoro di come il potere manipoli l’ignoranza, che oggi è forse meno elementare, ma ignoranza rimane. Di faccende economiche, fiscali, di rappresentanza politica e di partecipazione sociale. 

Poi, e anche prima, perché il racconto ne è davvero intriso, c’è il filo tenace, la trama fitta e però tremendamente sfilacciata della fede. I cafoni che vanno a protestare per l’acqua lo fanno in nome di Dio. Rubare l’acqua è «un sacrilegio mai visto» (39). Quando vengono cooptati dai fascisti per un’adunata ad Avezzano e devono portare il gagliardetto, nemmeno capiscono che si tratta delle bandiere nere col teschio e si portano appresso la nobile insegna di san Rocco, prelevata dalla Chiesa, al passaggio della quale le donne dei campi s’inginocchiano mentre i fascisti la deridono.

Il prete don Abbacchio è un poveraccio, uomo di potere e senza fede, il più blasfemo di tutti i commensali ubriachi che, con i cafoni alla porta che aspettano udienza, si lanciano in una surreale sfida sull’Onnipotente (51).

Ma la trama religiosa è soprattutto nelle figure tragiche di Berardo ed Elvira. Berardo è un cafone senza terra, un gigante buono intriso di senso della giustizia. Nipote di un brigante, destinato a finire ammazzato come il nonno, secondo la profezia della madre Maria Rosa. Elvira è la ragazza che lo ama. Nel momento in cui Berardo decide per disperazione di cominciare a cercare il suo bene invece del bene degli altri, e va a Roma per farsi assumere nelle bonifiche dell’Agro Pontino, Elvira gli ricorda che lei è dell’altro Berardo, quello che lotta contro l’ingiustizia, che si è innamorata.

E parte in pellegrinaggio verso il santuario della Madonna della Libera e chiede alla Vergine d’«intercedere per la salvezza di Berardo», in cambio della sua stessa vita (201). Morirà subito dopo, Elvira, di una misteriosa malattia che la brucia. E intanto Berardo, a Roma, viene arrestato per errore e si sacrifica per salvare un oppositore del regime, che è in cella con lui, e muore di percosse e torture, esattamente come il fratello di Silone.

«E Berardo si è salvato?» mormorò una donna, rivolta alla madre a proposito del voto di Elvira. «Forse, rispose la vecchia Maria Rosa. Nessuno può sapere». «Strana salvezza morire in carcere», disse l’altra sottovoce. «Nessuno può sapere, ripeté la madre». E le tocca ripeterlo tre volte di fronte alle obiezioni della donna. «Forse la salvezza di Berardo è stata essere restituito al suo destino» (201s).

Strana salvezza morire in carcere. E anche morire in croce, di sicuro.

Un romanzo bellissimo, eterno nella semplicità delle dinamiche umane che racconta.

Il Regno – attualità, 15 maggio 2023.