“Parole di scuola”: intervista a Mariapia Veladiano

15 Dicembre 2020 Fabio Giaretta

Fa un effetto strano riprendere in mano “Parole di scuola” di Mariapia Veladiano, uscito per Erikson nel 2014 e ripubblicato in una versione ampliata nel settembre del 2019 da Guanda (la recensione l’ho pubblicata a parte sempre in questo sito). Perché anche se è passato poco più di un anno, la scuola, come del resto l’intera società, è stata colpita da un ciclone che l’ha profondamente modificata e che l’ha costretta ad una didattica d’emergenza. Ho così deciso di ripubblicare qui l’intervista integrale che ho fatto a Mariapia Veladiano un anno fa, aggiornandola però con alcune domande riguardanti la situazione attuale.  Lei il mondo della scuola lo conosce benissimo visto che ha insegnato lettere per vent’anni prima di diventare preside. Come scrive all’inizio del libro ha dovuto lasciare questo mondo che l’ha vista mettere in campo il suo entusiasmo e le sue migliori energie, a causa di una coraggiosa presa di posizione contro il Miur e contro alcune assurde storture del sistema scolastico. Ma la scuola continua ad essere per lei un luogo dell’anima, un giardino da coltivare e di cui prendersi cura anche a distanza.

Lei ha avuto il coraggio di far causa al Miur dichiarando che, se avesse perso, si sarebbe licenziata. Dopo aver perso il ricorso ha così deciso di licenziarsi.  Può raccontarci in modo preciso cosa è successo e cosa l’ha portata a questa sofferta decisione?
Da preside titolare del Boscardin di Vicenza ho ricevuto l’incarico di preside reggente ad Altissimo, otto plessi di montagna in reggenza da tanti anni. Il Boscardin comprende un tecnico tecnologico con due indirizzi, sanitario e ambientale, e un liceo artistico con cinque indirizzi. Si tratta di 1350 studenti, 29 laboratori da gestire, le classi in rotazione, migliaia di ore in alternanza scuola lavoro. Altissimo è a un’ora e mezza di distanza, una realtà bella e complessa che richiede altrettanta cura. Ho capito che sarebbe stato impossibile seguire da preside, cioè da persona che c’è davvero, è presente per i docenti, i ragazzi e i genitori, due scuole così complesse e lontane. Ho, prima e dopo l’incarico, cercato un incontro con l’Ufficio scolastico territoriale e regionale ma non ho avuto udienza, allora ho fatto ricorso al giudice del lavoro e ho perso. Il giudice ha scritto in capo alla sentenza, che il ricorso non viene accolto “anche per le abnormi conseguenze” che importerebbe se fosse accolto.Perché nel Veneto metà delle scuole era in reggenza. Era il 30 gennaio. Qualche giorno dopo mi sono licenziata come avevo sempre detto che avrei fatto.  Al patronato al quale mi sono rivolta ho saputo che la legge mi consentiva di chiedere la cosiddetta opzione donna, cioè l’uscita anticipata dal lavoro a patto di rinunciare a un terzo dello stipendio per sempre, e l’ho richiesta. Non l’avrei fatto se non avessi vissuto questa esperienza. È stato un anno tremendo.

La sua è stata una scelta controcorrente e molto coraggiosa. Non crede che se più persone avessero la forza di contrastare un sistema scolastico spesso assurdo, contraddittorio e soffocato dalla burocrazia, forse le cose cambierebbero in meglio? Sembra invece dominare una sorta di passiva accettazione dello status quo. Il “cosa vuoi, tanto le cose non cambiano” sembra aver ibernato qualsiasi volontà di cambiamento…
Credo semplicemente che il lavoro di scuola abbia una componente etica talmente forte che si fa fatica a, come dire, incrociare le braccia quando le cose non vanno bene. Siamo consapevoli che è troppo importante assicurare ai ragazzi quel che loro spetta e si fa quel che si deve, a volte più di quello che si può.  Scelte come la mia non dovrebbero aver ragione d’essere perché le leggi esistono e sono ben pensate.  I ministeri hanno l’obbligo della programmazione triennale del fabbisogno di personale e sono tenuti a prevedere concorsi regolari sulla base di questo fabbisogno. La situazione farraginosa dei docenti precari, e anche delle reggenze dei presidi e la disperata situazione dei Direttori amministrativi che non ci sono, deriva da mancata capacità previsionale da parte dello Stato. A scuola sono necessari entusiasmo e visione, certo. Ma bisogna anche applicare la legge. Se tutto è aggrovigliato da provvedimenti presi per rimediare a inadempienze e poi per rimediare ai danni dei provvedimenti presi e così via, il fine diventa sopravvivere ai contenziosi e si perde di vista il compito che la Costituzione affida alla scuola.

Perché secondo lei la nostra classe politica, i nostri governanti si ostinano a non capire che se non si investe seriamente nell’istruzione non vi può essere alcun reale progresso e che ogni taglio che viene fatto, è un taglio al futuro del Paese?
La prospettiva di un progetto educativo è sempre sul lungo periodo. Si deve credere che un futuro c’è e che vale l’impegno di progettare e investire. Noi abbiamo governi che durano pochi mesi. Le elezioni sono l’orizzonte delle decisioni politiche. La scuola ha un “potenziale demagogico” enorme. Tutti sono andati a scuola, hanno un figlio o un nipote che va a scuola, hanno un’opinione sulla scuola e pensano di sapere perfettamente come dovrebbe essere. Abbiamo visto inseguire ogni umore del momento, di volta in volta l’informatica, l’impresa, la scuola-lavoro, la severità, la competitività, l’eccellenza. Perdendo di vista il compito che la Costituzione affida alla scuola. La scuola pubblica è libera, educa alla libertà, rimuove gli ostacoli culturali che impediscono la realizzazione personale, permette a ciascuno di essere quel che desidera, in armonia con il bene comune.  E’ democratica. In questi anni di crisi la scuola è stata stritolata dalle attese a breve termine e da una drammatica mancanza di un progetto comune condiviso. Eppure ancora funziona, ancora è in cima alla fiducia delle persone, che invece non credono più ai partiti, alla politica in generale. Credo che sia per la professionalità di chi ci lavora.

In questi anni, oltre a coltivare l’amore per la scuola, lei è diventata anche un’affermata scrittrice. Ora che la scuola non assorbe più gran parte delle sue giornate, si sta dedicando totalmente alla scrittura?  
Sì. In questi mesi ho finito un romanzo a cui ho lavorato molto. Sarebbe già uscito se nel frattempo non si fosse capovolto il mondo. Uscirà a gennaio. Il titolo è “Adesso che sei qui”. E’ una storia di donne che mi ha consegnato il Trentino, in cui ho vissuto. Lo spunto viene da lì. Poi si sa che i romanzi raccolgono il mondo.

Quale significato ha avuto per lei ripubblicare “Parole di scuola” proprio in concomitanza del suo abbandono della scuola?
La scuola è stata vita, per me. Il mondo bello di cui mi sono sentita felicemente parte. Il libro è un piccolo atto d’amore. La scuola deve continuare ad essere vita anche per i ragazzi di oggi. Esiste per loro, perché sperimentino la bellezza della collaborazione e della convivenza delle differenze.

Che cosa oggi le manca di più della scuola e che cosa invece non le manca affatto?
Mi mancano le relazioni. La scuola è un luogo di relazioni e tutto funziona se funzionano le relazioni. Fra preside e docenti, fra docenti e ragazzi. E poi con i genitori. I contenziosi vengono molto spesso da comunicazioni affrettate e difettose. In questi anni nei ruoli di gestione dell’amministrazione scolastica si è preferito collocare esperti di diritto, laureati in legge con esperienza in altre amministrazioni. Si pensa di poter governare il contenzioso crescente, nella scuola come nella società, attraverso questo tipo di competenza. Ma il contenzioso di scuola lo si deve innanzi tutto prevenire, attraverso una grande conoscenza del mondo della scuola e una grande capacità di dialogo. Non mi manca proprio il linguaggio dal tono spesso inutilmente imperativo delle circolari e nemmeno la loro frequenza e impellenza. Tutto all’ultimo minuto, fare in corsa senza il tempo di pensare. Continuo a seguire con passione quel che succede a scuola, leggo le circolari, gli articoli di giornale. Nemmeno il Coronavirus ha saputo modificare e rendere più semplici, più amiche le direttive. E ancora c’è questa fretta, tutto all’ultimo minuto. Questo tempo chiede un pensiero che sappia progettare la scuola in un mondo che cambia da un momento all’altro. Non si può inseguire il giorno. Competenza, buon governo, fiducia negli insegnanti e nei presidi. Questo mi sembra che soprattutto possa aiutarci.

Lei sceglie sempre personalmente le copertine dei suoi libri e in questo c’è una foto di Norman Rockwell che ritrae Ruby Bridges, una bambina afroamericana, che sta andando in una scuola fino a quel momento frequentata solo da bianchi, scortata da quattro federali inviati dal Presidente in seguito alle minacce ricevute dalla bimba e dalla famiglia. L’episodio risale al 1960, tuttavia la scuola, come ribadisce più volte nel testo, rimane, nella nostra società, forse l’unico vero laboratorio di integrazione, che è ben di più della semplice inclusione…
La copertina l’ho scelta ma l’editore l’ha condivisa con convinzione. Si pensa che i diritti una volta acquisiti rimangano per sempre. Non è così e lo vediamo bene in questi nostri giorni. Nemmeno il diritto ad essere salvati in mare è scontato. Anche i diritti di scuola sono in pericolo. Se prevale l’idea che conta il successo individuale, che la competizione deve abitare le aule, vien meno il diritto a vedere compensato, attraverso l’istruzione, il crescente divario sociale dovuto alle condizioni economiche e culturali.

Il libro si dipana attraverso una serie di parole legate al mondo della scuola. Tra le nuove voci che ha inserito troviamo “competizione” e “meritocrazia”, due parole oggi sbandierate dalla società che secondo lei non dovrebbero appartenere al lessico scolastico. Come mai?
Perché la nostra vita e il bene della società dipendono dalla capacità di collaborare e non di vincere la corsa solitaria verso il successo. E poi c’è l’evidenza che mostra come le classi collaborative siano quelle che ottengono risultati migliori. E lo stesso mondo del lavoro richiede le competenze collaborative, a tutti i livelli. In una società diseguale come la nostra la meritocrazia è un mito che legittima le disuguaglianze. Ognuno ha quel che si merita vale sole se si parte da una condizione di ricchezza culturale ed economica almeno paragonabile. Ma non è così e allora il fatto di riuscire male negli studi dipende fortemente anche dal fatto che la scuola e la società non hanno colmato la disuguaglianza di partenza. Chi ha in casa cinque libri e non ha lo spazio per studiare e non ha un contesto che ritenga importante studiare difficilmente ha gli stessi risultati di chi viene da un contesto più favorevole. È compito della scuola non cristallizzare le differenze di partenza, ma lavorare per superarle.

A proposito di competizione e meritocrazia, cosa si nasconde secondo lei dietro l’ossessione per il voto che purtroppo domina ancora il nostro sistema scolastico? Ancor più in questi tempi di didattica a distanza è una corsa frenetica alla raccolta dei voti che rischia di far passare in secondo piano aspetti invece centrali del rapporto educativo.
Il problema non è tanto il voto, ma come noi lo pensiamo. Spesso il voto misura le conoscenze convenzionalmente riconosciute fondamentali dal nostro sistema scolastico e se i genitori pensano che la scuola sia tutta lì, non va bene. Ma sono anni che le scuole lavorano sulle competenze e così lavorano anche le indagini internazionali, ad esempio OCSE-PISA, e nazionali, come l’INVALSI. Se siamo fermi a enfatizzare il voto è perché c’è stato un uso strumentale del voto da parte della politica che ne ha fatto lo strumento per valutare insieme la scuola e lo studente. Basta pensare alla bufera sul cinque in condotta oppure alle discussioni per mantenere i voti sotto il quattro. Racconto sempre che il Trentino alle superiori non ha in pagella i voti sotto il quattro e i risultati dei suoi studenti e delle scuole sono eccellenti a livello internazionale. Non ci si può stancare di spiegare e spiegare, ai genitori, agli studenti, all’opinione pubblica. Che la scuola è il luogo delle opportunità per tutti e che ci sono molti modi di essere bravi. La meritocrazia è un inganno grave se non tiene conto dei dislivelli di partenza e se la scuola non mette in gioco tutte le strategie per compensare queste disuguaglianze. Sembra una cosa buona ma può essere la strada per cementificare le disuguaglianze. Se un bambino vive in una condizione di deprivazione sociale, non ha spazio per studiare, non ha un contesto che lo sostiene, di povertà economica, non può avere strumenti, colori, connessione, computer, di disagio sociale, i genitori sono incapaci di prendersi cura di lui, come possiamo pensare che una scuola che celebra il voto  gli renda giustizia? La Costituzione dà alla scuola il grande compito di traghettarci dall’uguaglianza formale a quella sostanziale. L’ignoranza è il principale ostacolo verso l’uguaglianza. Chi non sa comprendere la falsità di un messaggio politico è facile preda di ogni assolutismo, di ogni dittatura.

Un’altra ossessione costante è che gli alunni da casa non copino. In un recentissimo articolo comparso su “La tecnica della scuola” viene scritto che la didattica a distanza ha favorito la fantasia dell’inganno al potere, un paese di Lucignoli dove l’intento primario è il raggiro. Youtube pullula di video realizzati “da piccoli guru dell’imbroglio telematico spesso con tanto di sponsor” si legge. Lei cosa ne pensa?
Due cose.  La prima è che siamo un paese che socialmente accetta l’inganno e lo celebra come furbizia, a tutti i livelli. Ci sono genitori che protestano perché i figli che copiano vengono puniti con un voto basso o una nota. In fin dei conti lo fanno tutti, dicono. E non è vero per fortuna. Oppure, peggio ancora, dicono che sta al docente non farsi ingannare, sorvegliare meglio. Come se la scuola fosse il gioco di guardie e ladri. Ci sono paesi in cui copiare a scuola è considerato più grave che insultare o fare a pugni. E’ una mentalità da cambiare.  La seconda è che la didattica a distanza è radicalmente diversa dalla didattica in presenza e chiede modalità proprie anche di verifica delle conoscenze e competenze. Diciamo che è più facile verificare le competenze, con compiti di realtà, o autonomi, o creativi. Inutile inseguire i mille modi possibili di inganno!

Riprendendo l’immagine dell’eden biblico, lei insiste molto sulla scuola come “giardino di parole” in cui coltivare le parole: “bisogna che la scuola sia il luogo in cui l’esperienza del giardino reale e di parole sia sperimentata come possibile”.  In che modo si può fare questo e perché questa è una battaglia decisiva?
Dalle parole dipende la nostra possibilità di pensare. Poche parole, pochi pensieri, pochi ragionamenti. Ci si trova esposti alla demagogia, non si riconosce l’inganno. E poi le parole possono essere forti senza essere violente, ricostruire la fiducia e la giustizia, sciogliere l’aggressività. Oggi le parole sono malate e la scuola deve coltivare le parole buone della comunicazione gentile.

Lei tesse un elogio dell’empatia, scrivendo che senza questa qualità si è dei somministratori di saperi e dei misuratori di conoscenze, non degli insegnanti. L’eccesso di empatia però non rischia di portare ad una eccessiva accondiscendenza verso gli studenti e le famiglie?
L’empatia non è accondiscendere a tutto. È riconoscere le emozioni e permettere che le riconoscano in noi. È un vero scambio di umanità. L’empatia non è facile, perché ci espone e la relazione ci può toccare troppo. Richiede maturità ma difendersi dall’empatia vuol dire rinunciare alla qualità prima del rapporto educativo e cioè la relazione fra persone che si riconoscono piene di valore.

Nel libro critica in modo esplicito il termine “gender”, parola straniera da noi senza storia entrata come una bufera nelle scuole. Perché secondo lei questo termine ha creato così tanti malumori? Come giustamente scrive nel libro, combattere gli stereotipi di genere, non significa dire che i generi non esistono…
Critico la battaglia che si è fatta contro progetti importanti già presenti nelle scuole e orientati a riconoscere e superare gli stereotipi di genere. La paura del “gender”, termine utilizzato in modo improprio, dissociato dal contesto in cui è nato, ha agganciato un’ondata che definirei difensiva. La scuola si occupi di insegnare che a educare ci pensa la famiglia, hanno detto. È chiaro che non funziona così. L’alleanza educativa non è un’espressione che va a intermittenza: per il bullismo sì, per l’educazione di genere e affettiva no, per i disturbi dell’apprendimento sì, per l’educazione alla sessualità no. La scuola ha inutilmente sofferto un incremento di sospetto e di ostilità in nome di questa confusa battaglia. Abbiamo bisogno di educare alle relazioni in quanto da anni l’unico tipo di delitto in aumento in Italia è quello contro le donne: omicidi e aggressioni. Questo vuol dire che esiste ancora uno stereotipo di relazione fra uomini e donne che comprende l’idea di possesso e contempla la violenza. Non si tratta di opinioni ma di fatti. Allora la scuola deve occuparsene, in quanto luogo di relazioni e di educazione alla convivenza.

Questo libro è stato pubblicato soltanto un anno fa, eppure nel frattempo sono successe tantissime cose. Se dovesse aggiungere delle nuove voci, quali aggiungerebbe e perché? 
Scuola di prossimità. Per contestare l’espressione “didattica a distanza”, così infelice. E’ un’espressione che enfatizza l’aspetto tecnico e la distanza. Ma quello che è capitato è che la scuola ha saputo rendersi prossima, in modo impensato. È entrata nelle case e i ragazzi sono entrati nelle case dei docenti. Si sono visti e parlati e hanno tenuto il filo. Si sarebbero dovuti pensare anche altri modi di prossimità. Ma è questo il termine nuovo che ci serve.

Sulla didattica a distanza si continua a discutere tantissimo. È evidente che si tratta di un pallido surrogato che non sostituirà mai la vera scuola ma è anche vero che ha permesso agli studenti di continuare un percorso scolastico che altrimenti si sarebbe interrotto. Lei cosa ne pensa?
Menomale che si è potuto avviarla ma le indagini ci dicono che ha lasciato indietro un milione di studenti. Uno su otto. Non possiamo pensare di aver risolto così. Ora c’è da pensare a come ridurre la distanza fra chi ha sostanzialmente fatto scuola e chi invece si è letteralmente perso.

In un suo recente articolo “No alla generazione Covid” Recalcati, partendo dalla constatazione che la didattica a distanza non è certo l’ideale, scrive: “I maggiori effetti formativi si generano non a partire dai successi o dalle gratificazioni, dalle prestazioni mirabili o dalle affermazioni senza intoppi, ma dalle cadute, dai fallimenti, dalle sconfitte, dagli smarrimenti. Ebbene non è quello che sta accadendo sotto il terribile magistero del Covid 19? I nostri figli non si trovano forse confrontati con l’asprezza del reale invece che con il mondo sempre un po’ ovattato dell’ideale? Ogni processo autentico di formazione non è mai un percorso lineare, privo di interruzioni o di avversità, non è mai come percorrere un’autostrada vuota. Il movimento proprio di ogni formazione è spiraliforme e riguarda innanzitutto la capacità di rispondere alla ferita e al trauma: come ci si rialza dopo essere caduti?” È d’accordo con quanto scrive Recalcati? 
È un reale certo aspro. Se ne può uscire più saldi oppure no. Credo dipenda molto anche dal movimento complessivo della società intorno. Gli adulti come stanno? Sono capaci di contenere l’ansia dei figli? O si perdono tutti insieme appassionatamente? È davvero un momento cruciale.  Credo che la scuola possa aiutare anche i genitori.

Secondo lei chiudere le scuole superiori è stata una scelta facile e di comodo, frutto di scarsa lungimiranza e molta improvvisazione, o obbedisce ad una reale necessità vista l’emergenza che stiamo vivendo? Si poteva gestire la situazione in modo diverso?
Secondo i dati che sono stati resi pubblici, il contagio non avveniva a scuola ma sui mezzi di trasporto. Sempre secondo i dati sarebbero pochissimi i focolai scolastici, cioè le intere classi contagiate. Ma, nonostante il lavoro meraviglioso fatto dalle scuole per preparare un ritorno a scuola in sicurezza, i contagi complessivi crescevano e allora, per quel che posso dire, è stato opportuno chiudere. A chi dice che gli altri Paesi d’Europa non hanno chiuso le scuole, si può ricordare che  le condizioni dei trasporti e degli edifici scolastici sono lontanissime dalle nostre. Noi abbiamo imparato che tutto si tiene. Non basta dire la scuola è importante. Bisogna costruire scuole adeguate, trasportare in sicurezza studenti e lavoratori. Lo sappiamo tutti che le scandalose condizioni dei trasporti pubblici sono cosa vecchia, vecchissima. Erano gli anni Settanta, un compagno di scuola una mattina uscì dal finestrino dell’autobus per arrivare in tempo a lezione, tanta era la calca. Ma ci rendiamo conto?

Lei era solita iniziare il nuovo anno scolastico con una lettera ai suoi alunni e nel libro ha raccolto la prima e l’ultima che ha inviato. Se dovesse scrivere oggi una lettera ai suoi alunni, cosa scriverebbe? E ai suoi insegnanti?
Di poter imparare, anche grazie alla vita di scuola, a rendere prezioso ogni momento della propria esistenza. Anche quello, lungo e impensato, della pandemia. Non abbiamo perso nulla, abbiamo scoperto che ci sono molti modi di scuola, che il mondo è fragile, che insieme possiamo superare anche la tragedia, quanti ragazzi e docenti hanno vissuto la tragedia! Quando si tornerà scuola è il caso di ricordarcelo. I giorni che verranno sono ancora nuovi, niente è segnato già, si può fare bene, essere gentili, più giusti e più equi di quello che abbiamo saputo fare fino ad ora.

Mariapia Veladiano è nata a Vicenza. Laureata in Filosofia e Teologia, ha felicemente insegnato lettere per più di vent’anni ed è stata preside a Rovereto e Vicenza.  Collabora con “Repubblica” e con la rivista “Il Regno”.La vita accanto, pubblicato con Einaudi Stile Libero, è il suo primo romanzo, vincitore del Premio Calvino 2010, e secondo al Premio Strega 2011.Nel 2012 ha pubblicato, con Einaudi Stile Libero, Il tempo è un dio breve. Nel 2013 è uscito un piccolo giallo per ragazzi, Messaggi da lontano, con Rizzoli.  E, ancora con Einaudi Stile Libero, Ma come tu resisti, vita, una raccolta di minuscole riflessioni sui sentimenti e le azioni.Nel 2014 ha pubblicato Parole di scuola, edizioni Erickson. Liberissime riflessioni sulla scuola. Nel 2016  Una storia quasi perfetta, Guanda editore. Nel 2017, LEI, Guanda editore. Il nuovo romanzo, Adesso che sei qui, Guanda editore, uscirà nel  gennaio 2021.

Da Eterno splendore, 15 dicembre 2020.

Cari professori, usate la grazia

Finalmente i ragazzi tornano a scuola. A gennaio le superiori riaprono con addosso gli occhi del mondo. E le attese del mondo. C’è chi si aspetta soprattutto che venga recuperato il “tempo perduto”. Una corsa da riprendere, dopo l’interruzione, doppia, della pandemia.  Possono essere i genitori più orientati al risultato, come si dice, che cercano nel successo scolastico una protezione dal futuro incerto e difficilmente prevedibile e governabile in questo mondo impensato in cui ci troviamo a vivere ormai da quasi un anno. Oppure possono essere quei docenti che si sono trovati più in sofferenza con la didattica a distanza, perché sono mancati i mezzi, o non avevano competenze mai richieste prima d’ora, oppure perché la disciplina si adattava con oggettiva difficoltà al nuovo modo di insegnare. Se si aggiunge che qualche scuola rientrerà con il primo quadrimestre non ancora chiuso, il rischio, magari nella buonafede di tutti, è un’orgia di compiti e interrogazioni.

Ecco, non si può.  A tornare saranno gli adolescenti che il virus ha compresso in casa in compagnia di tutte le belle e tremende ribellioni dell’età inquieta. In ogni caso si torna in classe in un tempo ancora sospeso. Senza la certezza di poter restare. Se ci sarà una terza ondata, come si dice.  C’è chi torna toccato dal lutto, oppure dalla malattia sua o dei suoi cari, oppure sfiorato dalla paura o devastato da una sofferenza psichica nuova. Ragazzi che non vogliono più uscire di casa, per non parlare di andare a scuola. Ogni passaggio di questo anno scolastico può costruire o distruggere e molto dipende da quanto gli adulti, i docenti, sapranno valorizzare la nuova prossimità con i ragazzi. Non esiste nessun tempo perduto se ogni esperienza diventa valore. E non è un tema, come dire, solo da specialisti. Non si tratta di moltiplicare gli psicologi a scuola. Si tratta di attivare la capacità riparativa di una buona vita di classe e civile.

Uscendo da casa i ragazzi riprendono quel movimento di autonomia dalle famiglie che è una componente fondamentale della crescita e i docenti sono chiamati a riconoscere le ferite, le fragilità con cui si presentano. Che somigliano probabilmente a quelle che viviamo in tanti, ma gli adulti siamo noi e sta a noi attivare attitudini di ascolto e riparazione. Un compito educativo, umano e civico che chiede libertà dall’ansia del fare.

“Fare” molte cose  visibili e universalmente riconosciute come “cose di scuola” è rassicurante per tutti. Ci rassicura anche rispetto al desiderio di un ritorno alla normalità, alla scuola com’era. Ma non sarà più com’era e va anche bene così, visto che da anni non riusciva a riparare le disuguaglianze. L’ombra della fragilità la accompagnerà. Non si potrà ripartire da dove si era interrotta. C’è da costruire una scuola pronta a mille forme diverse di prossimità.  A volte resistere è assecondare il tempo nuovo che viene.

La scuola che riapre riattiva processi di equità. La possibilità della didattica a casa è legata a quelle condizioni socio, economiche e culturali che determinano, secondo tutte le indagini sugli apprendimenti, i risultati scolastici. E la crisi economica è stata subito crisi scolastica. Questi ragazzi che abbiamo perso torneranno a scuola più diseguali e dobbiamo trovare insieme ai compagni di classe modi di recupero di intensità nuova, con l’aiuto della società civile. Capita già  in tanti posti, da Milano (l’associazione Non uno di meno, di ex docenti e presidi, che affianca le scuole) a Palermo (le Comunità educanti). Si può davvero fare.

Da La Repubblica, 4 dicembre 2020.

Ma la scuola non si ferma

Non è una decisione che si può prendere facilmente quella di chiudere le scuole. Anche solo un giorno.

Quando i giornali pubblicano titoli del tipo: “Sciopero dei docenti. Scuole chiuse”, non è mai vero. I presidi sono tenuti a mettere in atto tutte le misure organizzative possibili per assicurare la sorveglianza degli studenti senza chiudere le scuole. Solo quando l’adesione di docenti o collaboratori è così massiccia che in nessun modo si può assicurare l’incolumità dei ragazzi dentro le aule, è possibile chiudere, ma solo i plessi scoperti. Il preside deve fare una determina motivata, in cui indica come e perché è costretto a sospendere le lezioni. Le scuole chiuse rappresentano quindi nella realtà e nel simbolo l’eccezionalità del momento, anche perché in questi giorni non solo sono sospese le lezioni, ma sono chiuse anche le segreterie. A memoria di chi sta nella scuola, non è mai capitato, nemmeno con le nevicate eccezionali del 1985.

Finora si è trattato di due (primo ciclo) o tre giorni (superiori e università). Praticamente un ponte con le vacanze di Carnevale. Ora per Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia si tratta di una settimana intera. È un periodo significativo che ha un impatto importante sul piano della riorganizzazione familiare e, per la novità, anche sull’organizzazione della didattica e della scuola stessa. Una settimana o due non rappresentano una tragedia per i programmi purché la scuola riesca a mantenere il legame con il processo di apprendimento. “Lasciar cadere” questi giorni vuol dire perdere l’opportunità di verificare quanto le scuole si sanno attrezzare per una didattica che possa dare continuità all’apprendimento, anche a distanza, con modalità e strumenti che ci sono già e che sono conosciuti e apprezzati dagli studenti. Si può fare. Per situazioni particolari come la malattia prolungata di uno studente, più o meno tutte le scuole sono in grado di farlo, anche perché si ingaggiano i docenti su base volontaria e di solito si prestano i tecnologicamente più attrezzati. Un tempo non era così, adesso invece sì.

Ora però si tratta di organizzare una didattica a distanza strutturata, coinvolgendo in modo sistematico e ordinario tutti i docenti e gli studenti. Le scuole che hanno già messo a regime modalità di didattica a distanza stanno lavorando senza difficoltà. Sembrano meglio attrezzate le università.

Gli altri livelli di scuola si muovono a spot. Il Miur ha organizzato un gruppo di supporto per le scuole che vogliono sperimentarla, in corsa, vista l’emergenza, invitando a collaborare “i produttori di hardware e software che desiderano rendere disponibili a titolo gratuito i propri prodotti”. In realtà è qualcosa che non si può improvvisare e che non potrà essere senza costi, come chiede il ministero, ma la strada sarà questa e i giorni particolari che stiamo vivendo ci dicono che si deve percorrerla con saggezza.

Da La Repubblica, 1 marzo 2020.

il ragazzo dalle treccine blu

La notizia è che a Napoli la preside dell’Istituto comprensivo Ilaria Alpi- Carlo Levi di Scampia non ha ammesso in classe un ragazzino di 13 anni che si è presentato a scuola con un grappolo di treccine blu elettrico sulla testa e una chiostra di rasatura intorno.

Una furia di reazioni da social. Facile facile il linciaggio: è un minore, il diritto allo studio, il diritto alla libertà di espressione, la scuola non è un lager, la preside è questo e quest’altro. Reato di lesa libertà.

La preside si chiama Rosalba Rotondo, lavora a Scampia da 26 anni, prima come docente e poi come preside. Vuol dire che ha scelto di lavorare a Scampia.

Nel suo curriculum ha progetti di inclusione, contro la dispersione, ha coinvolto la sua scuola in ogni programma di recupero rivolto a ragazzi borderline, è stata coordinatrice per la sua scuola del Progetto Chance, quello dei Maestri di strada, creato dal maestro Marco Rossi Doria e da Carla Melazzini. Decine di ragazzi cui è stata data la possibilità di salvarsi da destini altrimenti segnati.

Di lei colpisce il registro linguistico, nelle interviste: parla insieme da preside, da educatrice, da rappresentante di un’istituzione che sente soprattutto come presenza etica per il quartiere e gli studenti. Conosce il ragazzo e la sua storia e difende il suo diritto a un futuro desiderato.

Del ragazzino sappiamo che viene da una realtà complicata come può capitare, che ha talento per la musica e per la matematica e che proprio per questo è inserito in una masterclass che gli permette di valorizzare le proprie capacità. C’è un mondo scolastico positivo intorno a lui, che ne ha visto e valorizzato le capacità.

È chiaro che in astratto ciascuno può pettinarsi come vuole, anche a scuola. Ma non esiste niente di astratto quando si parla di scuola e di educare. C’entrano il luogo, la storia, la persona. Si può immaginare che la percezione di un cambiamento rispetto a una realtà sociale e culturale che fa fatica a offrire una speranza di futuro, o anche solo molto complessa, passi anche attraverso l’esperienza di un ambiente positivamente diverso, definito, in cui le regole sono non più strette, ma più visibili e che questa visibilità vada preservata come parte del progetto educativo, faciliti un senso di appartenenza positivo.

D’altro canto si tratta di regole discusse con i genitori e condivise, tanto che i capelli blu sono stati notati dai genitori degli altri bambini prima che dalla preside. Un patto che sta funzionando se i genitori stessi lo sentono proprio, e che certo non viene rotto da un incidente. E infatti la preside ha convocato la mamma del ragazzo e insieme hanno concordato un percorso: il ragazzo viene a scuola, non è quindi escluso, fa le prove con l’orchestra, frequenta i corsi di eccellenza di matematica, ma rientrerà in classe quando si sarà riappropriato, insieme alla famiglia, della regola già condivisa e sottoscritta, che disciplina anche i capelli: niente creste, shatush o treccine.

È pensabile che il progetto educativo di quel ragazzo richieda un tipo di contenimento diverso rispetto a quello di un altro. Lo facciamo continuamente a scuola. A volte per non andare a scontri frontali che chiuderebbero il rapporto, abbiamo due, tre, dieci, trenta pesi e trenta misure nell’intervenire in classe. Uno lo richiamiamo, l’altro facciamo finta di non vederlo per un po’ di volte. L’altro lo riprendiamo solo in colloquio riservato e così via. Dipende.

Anche qua, dipende. In ogni ambiente il look manda messaggi. Le scuole d’Italia sono abitate da teste di ogni colore, e non solo dei ragazzi e delle ragazze: anche docenti e presidi portano la libertà del mondo dentro le aule. La scuola è un mondo in cui tutto è segno ma lo è per quell’ambiente e per quella scuola. In un contesto che all’interno di un patto educativo ha accettato un dress code condiviso una inosservanza gridata può essere una sfida. Ad esempio proprio all’autorevolezza della scuola rappresentata dalla preside.

Probabilmente tutto si sarebbe sciolto in qualche giorno di dialogo e di progressivo rientro del ragazzo in classe. Chi ha preferito interessare del caso la politica e il Miur sapeva che ci sarebbe stata una bufera. Adesso è tutto un po’ più complicato. Bisogna evitare di strumentalizzare il fatto e favorire la ricomposizione del rapporto di fiducia fra una scuola e una preside che tutti i giorni tengono il punto di una realtà educativa in cui la forma è anche sostanza di rottura rispetto a contesti esterni difficili. Questo chiaramente vale per tutte le scuole del regno, non solo per quella di Scampia.

Fuori da scuola Lino, 13 anni, all’ingresso della scuola Levi-Alpi di Scampia. Oggi ci tornerà con sua mamma: finché avrà le treccine seguirà i laboratori ma non entrerà in classe.

Da La Repubblica,16 settembre 2019.