stupore

Certo che il «farsi meraviglia» è un bel modo di passare i giorni. Io qua e loro là.
Le spalle appoggiate a un angolo alto. Ben difesa, al sicuro come sul trono di un giudice, l’anima sigillata che si basta del suo custodirsi, che non si è persa mai perché non ha mai conosciuto il partire.
E forse nemmeno il patire. Patire necessario che viene dal turbamento inquieto e curioso. Patire come sentire. Senza dolore, pura contiguità al sentire del vicino. Oppure sì, anche con il dolore, a volte, del portare il peso insieme.
Senza grazia è il «farsi meraviglia». Puntuto come una lancia, nel tempo sempre più precisa. Declinazione devota di ogni giudicare: calcolo, misura, vaglio. Stringere la vita in un confine, perforarla con lo sguardo e passare oltre. Senza vedere. E sentire. Il vento dei diciassette anni sulla fronte. E dei settant’anni sulle mani. E la vita che ci circonda da ogni parte, calore e voci da riconoscere per averle incontrate un tempo, amate, sopportate, accompagnate in silenzio, di nuovo incontrate.
Stupore del tempo che rimane. Del sonno che viene. Delle nuvole, delle montagne, del nostro giardino e balcone che sopravvivono al nostro tradimento. Stupore di essere più grandi del nostro giudicare.
Avvenire, 4 aprile 2012
Facebooktwitterlinkedin

Nessun commento

Posta un commento