porte

Negli incubi succede che sono tante, tutte chiuse, e la salvezza sta nell’aprire quella giusta, se c’è.
Uguale alle altre, inesplorata allo stesso modo. E così si cerca un segno. Vogliamo un segno, come nella vita: se mi telefona, se supero il concorso, se trovo il posto al parcheggio, se l’analisi è negativa. Poi non basta. I segni non bastano mai, nel sonno e nella vita.
Negli incubi spesso si corre, inseguiti da noi stessi che dormiamo o da chissà quale apparizione, e a volte una di quelle porte si spalanca al nostro fianco, il sollievo di qualcuno che ha deciso finalmente per noi, o ci affidiamo al caso e ne apriamo una, spalancata in corsa, e non abbiamo il tempo di sapere quel che facciamo. Nel sonno e nella vita.
E si cade, un precipitare atteso da sempre. La paura ci è vicina nella vita e nel sonno, e non c’è scampo. Si cade, si cade, agitando braccia e gambe, muoversi inutile, gridare senza suono, e chi mai ha messo le porte? Trabocchetti al nostro desiderio. Di andare, e non sapere dove, eppure volere, dovere, perché fermi si muore.
E poi forse solo cadendo fino in fondo e nel cadere ad occhi finalmente aperti ci si scopre a casa nel letto, sulla chaise longue in giardino, in spiaggia a vedere il vicino e a dire: «È bello il giorno oggi, e sembra anche nuovo».

Avvenire, 5 giugno 2012

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