Creazione e caduta

È una rilettura che arriva, ancora, portata dalla tempesta inimmaginabile della guerra. La guerra! In un Occidente carico di consapevolezze, di diritti affermati, di esperienze di guerra devastanti in mille modi elaborate attraverso lo studio, la narrativa, il cinema – ogni arte si è impegnata a raccontare la impresentabilità umana della guerra –. E siamo ancora in guerra.

E arriva fortissimo il ricordo di una grande riflessione teologica personalmente amata e forse non abbastanza entrata nel pensiero cristiano. Nell’inverno del 1932-1933 Dietrich Bonhoeffer tiene all’Università di Berlino un corso dal titolo: «Creazione e peccato. Interpretazione teologica di Genesi 1-3».

Fino a quel momento Bonhoeffer non aveva mostrato particolare interesse verso il tema della creazione e della teologia del peccato originale. D’altro canto la dottrina della creazione aveva vissuto almeno un secolo di calo d’interesse all’interno degli studi teologici: le critiche che le scienze della natura portavano all’immagine del mondo consacrata nella tradizione dirottavano la riflessione verso un compito prima apertamente apologetico, ostile alle nuove acquisizioni scientifiche, e poi verso una posizione «minimalista» di difesa dell’essenziale: Dio è creatore, i racconti biblici hanno validità anche se le scienze hanno le loro ragioni (il teologo Westermann ricostruisce nei suoi saggi questa vicenda).

Nel 1932 capita di tutto in Germania e Bonhoeffer è spinto a lavorare su questo tema da un dibattito teologico che sente importante, quello sugli «ordini di creazione». La teoria degli «ordini di creazione» fondava l’etica sulla creazione e sosteneva che esistono nel mondo istituzioni permanenti attraverso cui Dio manifesta la sua volontà in modo chiaro e concreto. Il padre teologico della teoria era Albrecht Ritschl e parlava di 4 ordinamenti: matrimonio, società civile, famiglia, stato. A questi i cristiani favorevoli al Führer che simpatizzavano per il nazismo, andavano aggiungendo anche popolo e razza e guerra, come affermazione del più forte.

In questo contesto incendiato Bonhoeffer tiene il corso sulla creazione che poi verrà pubblicato con il titolo che noi conosciamo: Creazione e caduta (Queriniana, Brescia, 1992. Traduzione di Maria Cristina Laurenzi). Lo scopo principale era fondare teologicamente la critica alla pretesa di manipolare politicamente il discorso sul principio.

L’Introduzione di Creazione e caduta è sconcertante. Fu scritta alla fine del 1933, dopo che Hitler era stato nominato cancelliere il 31 gennaio, dopo che il 7 aprile era stata promulgata la legge che escludeva i non ariani dal pubblico impiego, dopo che il 6 settembre il movimento dei Cristiani tedeschi (Deutsche Christen) favorevoli al Führer avevano approvato il «paragrafo ariano», che estendeva gli effetti della legge del 7 aprile anche alla Chiesa dell’Unione prussiana, nella quale si concentrava la maggior parte del popolo protestante tedesco. Questo significava l’esclusione di tutti i pastori non ariani. Il pastore Joachim Hossenfelder, guida dei Cristiani tedeschi, in quell’anno aveva predicato: «Dio disse: sia il popolo! E il popolo fu».

In Creazione e caduta Bonhoeffer affronta il problema del male dal punto di vista teologico, cioè del sapere critico della fede, actus reflexus, ma perché l’actus directus, che è la fede, è esattamente fede della vittoria sul male operata dall’incarnazione, morte e risurrezione. E di fronte al male del tempo presente, la domanda è: come cooperare alla vittoria del bene?

La domanda sul perché del male non gli appartiene, gli interessa il che del male, la sua dimensione storica operante e, soprattutto, gli interessa come contrastarlo. In sintesi semplice, il mondo della riflessione teologica è il mondo caduto. Non esiste un punto di vista diverso, esterno o superiore da cui la teologia può indagare il mondo. La teologia è una petitio principii, la pretesa filosofica di partire da una coscienza in qualche modo libera, è solo strenuo sforzo di andare oltre i propri limiti di un pensiero schiavo di sé stesso. Impossibile e basta. Qualsiasi cosa si dica del mondo lo si dice a partire dalla caduta (cf. 20).

Ma se Lutero condanna la storia come storia di peccato, Bonhoeffer denuncia questa posizione che inchioda all’irrilevanza dell’azione buona. Non è così. Laddove il male trionfa in misura così grande da essere socialmente accettato, la bontà dell’azione mostra il bene. Ma la bontà dell’azione è toccata dal peccato della caduta.

Per cui, e sarà la posizione poi in modo davvero nuovo indicato in Resistenza e resa, anche l’azione più necessaria di contrasto al male, come la resistenza violenta al tiranno, resterà male, per chi la compie. Sarà compiuta a suo rischio. Non ci sarà una coscienza serena ad accoglierla, solo la necessità di salvare il fratello al costo della propria salvezza. 

Qui si è parlato di Creazione e caduta, ma il consiglio è rileggere Resistenza e resa, letto da molti con lo sguardo peloso di chi celebra per sminuire e da altrettanti con lo sguardo glabro del concordismo scivoloso: in fondo Bonhoeffer non ha detto niente di nuovo, è un protestante che riconosce il buono del cattolicesimo e della dottrina tradizionale sul tiranno che possiamo uccidere.

E invece no. Per Bonhoeffer il tiranno lo si può uccidere ma non è cosa buona, non lo si fa per un bene superiore, e nemmeno è un male minore, è proprio male e basta e chi lo fa si assume la colpa. Personale. C’è naturalmente una colpa collettiva, storica, una cecità, ne parla nello scritto che sta in principio di Resistenza e resa, bello e così moderno da essere inquietante. Anche questo, da rileggere.

Ma l’azione buona degli uomini caduti è toccata dal male. Non c’è purezza possibile. C’è solo l’affidarsi alla misericordia. 

Da Il Regno – attualità, 15 giugno 2022.

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