ma come tu resisti, vita

ma-come-tu-resisti-vitaPer paura la vita diventa un camminare sghembo. Scarto improvviso per non sfiorare il prossimo che rimane sconosciuto.
E scappare di sguardi con la paura al centro e tutto il mondo a confine. Incrociarsi in difesa senza incontrarsi.
Rinunciare al nuovo. Quiete che si cerca con affanno, a testa bassa, in un perpetuo e inconsapevole pensare a tessere fughe, da loro, da noi, da quel che potremmo avere e da quel che abbiamo.
Forse non perderemo un amore, perché non ci siamo fermati a viverlo. Forse l’unico incontro che ci raggiunge, e a cui scegliamo di non dedicarci, ci lascia graffi che fanno poco male e così scansiamo qualche ferita in questo calcare pesante il mondo. In fuga.
Serrare il pensiero senza la leggerezza curiosa degli occhi che vedono. Non sentire lo sciame dei sentimenti che ci moltiplica nelle vite di tanti. E le vite che ci toccano quel che basta per sentirle un po’ nostre. Meravigliosa umanità comune che la paura ci rende molesta e stridente.
Per paura si abbandona la battaglia buona del nostro bene. La relazione che ci fa persone, viste e riconosciute.
Si rinuncia a capire. Ci si separa. Si uccide. Ci si uccide.
Per paura si muore di paura.
Non aver paura ce lo deve dire un altro.
Insieme è nulla la paura.

a life apart

An ugly woman has no vantage point from which to tell her story,” announces Rebecca, the sympathetic, intellectual narrator of this subtle, impressively candid Calvino Prize-winning first novel from Italy. In describing her tale as one “told from the corner in which life had pushed us, through the crack left open by fear and shame”, leaving just enough “for us to breathe, just enough for us not to die”, Rebecca stresses that she is “really ugly”. Although often noting her ugliness, she seldom complains; her tone instead is factual and politely detached, though with less authorial irony than might be expected.

A suggestion of the traditional fairytale shrouds the plot. Rebecca is the daughter of beautiful parents: her gynaecologist father is black-eyed and handsome, her mother lovely. Their great romance – which brought together the doctor as a prince, the poor peasant girl as a princess, despite the opposition of her parents – is doomed. Both families have had medical tragedies, but the doctor concealed his. Therein lies the curse, the “taint”. Rebecca’s entry into the world forces her mother to abandon ordinary existence. Instead she sits in a darkened room overlooking the river. The lovingly decorated palazzo she had restored in various shades of blue and pale yellow for her husband and baby becomes an imprisoning tower.

Rebecca recalls how her mother had taken to wearing mourning dress soon after her birth. Elsewhere there is a reference to the dwarf princess and the dramatic fate of her dwarf minders. More mundane is the experience of the long procession of childminders interviewed to tend Rebecca. Few of them prove suitable and one, who stayed briefly, left, remarking: “There is too much sorrow in this house.”

The distracted father, persistently conversing with his wife who no longer speaks, does manage to secure help in the despairing form of Maddalena, a woman who has lost her two sons and her husband in an accident. Maddalena weeps all the time; it is a narrative device that Veladiano uses far too often. Yet this is a minor quibble.

Frequent visits to this grieving household are made by the glamorous and forceful Erminia, the twin sister of Rebecca’s father. Erminia is a musician whose career has been stifled because her talent never quite matched her striking appearance. She is theatrical and given to opinionated statements, an ambivalent combination of fairy godmother and gorgeous wicked witch. Men pursue her, but none linger, and she appears far too interested in her brother to care. She does detect that Rebecca has a gift for music, but the child’s mother refuses to allow her daughter to attend school. When Rebecca ventures out at all, it is only by night, wearing a hat and scarf.

Eventually the narrator wins the chance to go to school. Her father weakens and is unable to bring her, so she is accompanied on her momentous first day by Maddalena. The teacher, Miss Albertina, places her beside “a blonde, fair-skinned, hugely fat girl” who whispers that her name is “Lu-cil-la”. This child, the teacher’s niece, also has problems in that she and her mother are desperately poor because Lucilla’s father has run off with a young girl. Rebecca is delighted to have found a friend.

The ongoing tragedy of the mother reaches its climax. Erminia moves in and declares her intention to redecorate the house. “We could start with the colours: they’re too faint. It feels like living inside a box of stale candy. In the long run, colours like this make people weak.”

By  Eileen Battersby
from IrishTime 

da rancore a stupore, un sillabario dell’anima

«L’uomo è visibilmente fatto per pensare; è tutta la sua dignità e tutto il suo compito; e tutto il suo dovere è pensare come si deve», diceva Blaise Pascal. Parole che tornano immediatamente alla mente a leggere le pagine di Ma come tu resisti, vita, ultimo saggio di Mariapia Veladiano, edito da Einaudi. Un racconto pubblicato in una sua prima forma lo scorso anno, una pagina alla volta. E qui messo assieme, come un treno di parole sparse che trovano nella forma scrittoria e nella profondità dell’argomentare ciò che maggiormente le unisce. L’autrice scrive che queste parole sono «un minuscolo allargar lo spazio». E anche «pensieri, a volte arrivati in sciame». Comunque le si voglia chiamare una cosa è certa: sono un qualcosa di cui c’è bisogno. Perché se il compito dell’uomo, come diceva Pascal, è pensare, occorre che vi sia qualcuno che faciliti questa azione, accondiscendendola tutti i giorni, in ogni stagione della storia.

“Ma come tu resisti, o vita”, sono parole di san Giovanni della Croce, il grande mistico spagnolo che spingeva l’uomo a spogliarsi del superfluo per giungere in alto, fino a Dio. Una fatica che è possibile a tutti, e che sembra Veladiano abbia voluto assumere su di sé attraverso la fatica dello scrivere quotidiano. Perché dietro ogni suo pensiero messo in pagina sono più rinunce ad apparire. La sintesi invece della prolissità; la centralità al posto dello squilibrio; la messa a fuoco anziché la ridondanza. Così lo “stupore” è «del tempo che rimane», e anche «delle nuvole, delle montagne, del nostro giardino e balcone che sopravvivono al nostro tradire». Il “rancore” è «maniaco, solitario consumarsi sul finire di noi stessi». Mentre le “parole” sono ciò di cui «si può morire», sono l’«eccesso di chi non sa la potenza del proprio parlare»; e ancora sono «specchiate bugie, limpide imposture in cui si crede per arrivare al giorno dopo, e poi a quello dopo,e poi ancorae ancora». Mentre per trovare le giuste parole basterebbe tenere a mente il Siracide – la sapienza di Sirach- per il quale «sulla bocca degli stolti è il loro cuore, i saggi invece hanno la bocca nel cuore».

Avere la bocca nel cuore, appunto. E quindi ponderare le parole. Usarle anche tutti i giorni sapendole però anche trattenere. C’è rinuncia, in questa saggio, e insieme c’è un trattenersi. Chi legge è chiamato a entrare dentro le parole, ma vi è chiamato con discrezione. Ci si può lasciar toccare a piacimento, secondo la propria sensibilità, ignorando alcuni affondi e valorizzandone altri. Chi scrive tracima, trabocca verso fuori ciò che ha dentro. Ma non tutto, bensì una parte. E siccome non vuole imporre un pensiero ma proporre i propri pensieri, chi legge è libero di accogliere come crede, se vuole riflettere, oppure confrontarsi, paragonarsi, e magari a sua volta dire. In fondo, usando un termine parecchio impegnativo, si potrebbe dire che l’azione a cui l’autrice chiama altro non è che contemplazione. Che significa ricevere, anche passivamente, sapendo bene che si può dare, corrispondere. Perché come scrive Alberto Moravia in L’uomo come fine «per ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione».

Nella rinuncia a scrivere tutto, nella ricerca della profondità dello scrivere e insieme della sintesi e della semplicità, ciò che primeggia è l’assenza. «Assenza più acuta presenza», è una citazione di Attilio Bertolucci messa significativamente in pagina da Veladiano. I racconti di Ma come tu resisti, vita sono infatti anche questo: assenza che lascia intravedere, o presagire, una presenza non detta, ciò che nemmeno le parole riescono del tutto a comunicare. Scrive Veladiano: «È un ponte, l’attesa. Si crede che oltre, dopo, ci sia qualcosa, anche se non vediamo bene.

Ma c’è un passo da fare e lo facciamo, a volte sull’impronta segnata da un altro.

C’è un desiderio che mi porta e diventa movimento e se il procedere è senza traccia alcuna capita di pensare che il ponte si costruisca sotto i nostri passi, diventati noi creatori, per grazia». E l’attesa va assecondata senza mai arrendersi. Perché «si può essere stremati e cercar compagnia. O solitudine. Ma arrendersi no».

Paolo Rodari, su La Repubblica, 11 novembre 2013

orme

Tornare indietro sulle orme di tutti i passi di chi abbiamo incrociato e cercare dove ci siamo abbandonati o persi e non poter ricordare perché. C’era un amore, e i figli erano bambini, questo mi raccontano orme piccole e leggere, che a intervalli spariscono. In braccio i piedini pattinano l’aria e non lasciano segni.
Poi troviamo orme che si allontanano e lo abbiamo lasciato accadere e qualche volta ce ne siamo andati noi, per curiosità, per libertà, per necessità. Per incapacità.
O forse è arrivata una bufera, ci ha dispersi e abbiamo pensato che fosse per sempre, e non ci siamo cercati. Bufera di dolori, di rancori, forse coltivati, per nasconderci la pena di non vedere il nostro bene, contrada stretta, con poche orme a far da guida.
A volte la bufera è stata di altri amori. Una nuova strada, trovata oppure solo immaginata, e come potevamo sapere che presto i passi sarebbero stati un errare di qua e di là, e che paura, non saper tornare.
Ma è bello nel pensiero di una sera chiara, dopo il giorno inquieto oppure abbagliato, con gli occhi cercare fin molto lontano le orme di quanti ci hanno dato, amato o anche appena sopportato. Ci hanno permesso di essere quel che siamo.
E così più liberi andare verso tutto quel che ancora noi possiamo.

Avvenire, 17 giugno 2012