«Maria, una madre normale che ha servito la vita»

Oggi si conclude il mese di maggio, dedicato alla Madre di Gesù. Di Maria ha scritto nel suo ultimo romanzo (Lei, Guanda) la scrittrice vicentina Mariapia Veladiano, convinta che Maria insegni qualcosa ad ogni donna, non solo madre, e ad ogni coppia. 

Mariapia, perché Maria è un esempio per tutti, non solo per donne e madri?

«Avere a cuore le cose del mondo è qualcosa che va al di là dell’avere o non avere bambini. E non penso al banale stereotipo che la cura sia delle donne, perché la cura è universale, la responsabilità è universale. Infatti nel mio libro Giuseppe esercita la stessa cura di Maria nei confronti di Gesù. La modalità è diversa, quasi più buia, perché non ha avuto l’Annunciazione; Giuseppe si prende cura di Gesù per fiducia, responsabilità, amore. Entrambi esercitano quest’arte che non legherei al fatto di avere o non avere un bambino, perché il fondamento è essere un’unica umanità. È chiaro che se si assume la responsabilità di “chiamare al mondo” una creatura, alcune cose si sentono molto di più. Maria è stata una madre normale che ha avuto le paure di tutte le madri, ma le ha superate»

C’è solo un piccolo particolare: lei è la madre di Dio. Che differenza c’è tra l’essere madre di un uomo e madre di Dio?

«È la domanda delle domande. Nel romanzo Maria ha la percezione che, “a volte sembrava che, per Gesù, non fosse sufficiente essere nostro figlio”. Io penso a lei come ad una madre normale che nell’arco del suo percorso scopre che “la vita è servire la vita”. Occupandosi di un bambino speciale si scopre speciale. È un percorso che tutte dobbiamo fare».

“Solo chi non sa niente dell’amore può pensarmi sola il giorno dell’angelo” dice Maria nel suo libro. Ed ecco che torna la figura di Giuseppe.

«Solo una teologia quasi esclusivamente maschile è molto preoccupata di allontanare Giuseppe da Maria subito, per preservarne non tanto la verginità, quanto l’unicità di Gesù. La presenza del falegname, attestata dai Vangeli, ha creato imbarazzo. Ne è stata anche modificata l’immagine: nel Vangelo non c’è scritto che Giuseppe fosse vecchio».

Maria che moglie è?

«Maria ha almeno trent’anni di vita coniugale. Non avevo grandi appigli sui Vangeli, ma li ho immaginati complici quando sono coricati, si confrontano e supportano a vicenda di notte, stesi, come fanno tutte le coppie. Maria non è sola, la solitudine non è la misura dell’uomo. Se si è soli la paura è amplificata, insieme la paura fa meno paura. Maria sa che Giuseppe capirà. Sa che sono in due».

Gesù è un bambino speciale ha ripetuto più volte. Che cosa insegna Maria alle madri di un bambino speciale?

«Le persone, scrivo nel libro, “ogni giorno misurano la normalità di Gesù”. Tutti facciamo così. Basta che un bambino esca un attimo dal canone. Che poi, qual è il canone universale dell’essere bambino? Non c’è. Dipenda dalla cultura, dal Paese di provenienza, dal tempo in cui si è vissuti. I bambini chiedono di essere visti. Oggi purtroppo manca il tempo, davvero i genitori non vedono e prevale la paura del futuro perché non crediamo più che il futuro sia migliore del passato. Siamo quindi convinti che la soluzione migliore sia la protezione. Il figlio diventa un problema da proteggere e non va bene. La prima cosa che devono avere i figli è una vita tutta loro».

Quando lei si è scoperta incinta come ha reagito?

«Ho avuto una folgorazione, un cambiamento di prospettiva circa il bimbo che avevo. Una volta che si è annunciato era chiaramente autonomo da me. Non potevo cambiarlo più, era maschio, aveva i capelli e gli occhi di un certo colore, eventuali anomalie. Non è che se covavo meglio mi veniva meglio, oppure meglio come volevo io. Avevo un unico potere negativo che era quello di fargli del male. Il figlio è altro da te. Non è di tua proprietà. È un messaggio fortissimo a tutti i genitori. Per Maria il bambino è davvero arrivato inatteso, in un contesto difficile come spesso accade oggi».

A lei, Maria che cosa ha insegnato?

«Maria, quand’ero piccola, non mi stava molto simpatica. Avevo un’immagine stereotipata, della donna del sì. E mi pareva remissiva. È stata una riscoperta legata a quando sono diventata grande e ho capito qualcosa dell’amore. Ho capito che tutta la storia di Maria è partita perché era con Giuseppe fin dall’inizio».

Maria può “aiutare” tutte le madri che hanno perso un figlio.

«“Non mi era stato permesso di morire per lui” dice, ed è quello che ogni madre pensa. Maria arriva alla morte di Gesù, non sapendo della Resurrezione, almeno non con certezza. Suo figlio era davvero morto, è diventato bianco tra le sue braccia. La mattina della Resurrezione dorme e non è al Sepolcro. Questo è molto umano: si addormenta perché scopre che quell’amore che li aveva legati ha una pretesa di eternità fin dall’inizio. Gesù è ancora vivo, è ancora con lei. Non va al sepolcro perché non ha bisogno di vedere, lei lo sa».

Lei porta il suo nome. Questo come la fa sentire?

«Io credo nel potere dei nomi. Il mio è composto; Maria è molto bello da solo. Sento tutti i sentimenti di grande responsabilità verso la vita».

Da La voce dei Berici, 31 maggio 2018

Lei

IL NUOVO ROMANZO

Cosa c’è di divino nell’essere giovane madre di un figlio arrivato per grazia o per caso, e poi sperare per lui una vita buona, abbastanza buona e insieme temere per lui con tutte le paure di tutte le madri, che non incontri il male, che non sia troppo speciale, che il mondo lo accolga o almeno lo lasci in pace. Vivere in pace.

È la storia umanissima di ogni madre ed è la storia di Maria raccontata in poesia, in pittura, in musica, nel vetro, nel ghiaccio immacolato, a punto croce, sulle volte delle cattedrali e sui selciati delle piazze, a chiacchierino e col tombolo. Qui parla Maria, Madre di Dio bambino, ma per ogni madre il suo bambino è Dio, vita che si consegna fragilissima e si promette eterna. Intorno a Maria uomini e donne che pensano di capire e poi gli angeli che fanno corona ma le loro ali non riescono a tenere lontano il gran male del mondo che si addensa in questo punto della terra in tutto simile a tanti altri punti della terra in cui in ogni tempo si è gridato “Uccidilo”. Quel che resta è un corpo rotto senza grazia, consegnato a una madre ancora giovane, anche lei simile a tante. Ma la fine non è scritta e i bambini nascono ogni giorno.

madre che asseconda la vita

La madre che muore ci porta con sé per tutta intera quella parte di lei che ci accompagnava ogni istante presente, o sullo sfondo, pensiero o soprassalto di emozione lontana. Nel racconto di Ferdinando Camon questo è un compito che, senza intenzione, come portato, si assume il padre, mentre i figli e i nipoti e i campi, le vigne, la terra fanno da coro. Coro di sguardi e di silenzi, lui è il solista.

Un altare per la madre è esattamente come una musica che si ama. La si ascolta e riascolta e ci rassicura con i passaggi che conosciamo così bene da aspettarli con impazienza, quasi mandati a memoria. E insieme ci sorprende con un’immagine nuova, scappata alle altre letture oppure resa nuova dal nostro essere ogni giorno nuovi, riscritti dalla vita, a volte sottolineati, come quando la nostra madre se ne va senza il giusto avviso.

«La bara avanzava ondeggiando». È così. Portate a braccia le bare ondeggiano, appena un poco sopra le teste, chi se n’è andato ancora rimane un poco con noi, fra noi e il cielo, incerto di poter partire. Forse con i nostri riti gli diamo il permesso. O lo tratteniamo in modo scomposto, e così ondeggia sul nostro dolore incerto.

Qui è morta la madre: «Ora la madre era morta, ma questo non era possibile».

L’amore per la madre non conosce la pena di un lento venire meno come capita ad altri amori che ci lasciano la tristezza di non aver potuto fissare splendido e immobile il nostro sentimento. L’amore per la madre è per sempre. Sia quando lo abbiamo assecondato sia quando siamo scappati e lo abbiamo troncato rabbiosi, e la rabbia lo ha reso più accanito e presente.

La madre che muore ci porta con sé per tutta intera quella parte di lei che ci accompagnava ogni istante presente, o sullo sfondo, pensiero o soprassalto di emozione lontana. Lei c’era e il mondo era in ordine.

«Di questo mio essere vivente faceva parte anche mia madre, doveva farne parte per sempre, io vorrei pregarla di smettere di morire, ma forse nella sua morte c’è stato un errore, mio, nostro – di noi tutti che le vogliamo bene – e tocca a noi rimediare, richiamarla in vita, non rassegnarci».

Nel racconto di Ferdinando Camon1 questo è un compito che, senza intenzione, come portato, si assume il padre, mentre i figli e i nipoti e i campi, le vigne, la terra fanno da coro. Coro di sguardi e di silenzi, lui è il solista.

La scrittura qui è perfetta. Il tema, la sequenza di suoni che permette alla musica, alla vita, di non implodere, finita nell’immobile ripetere gesti, si mostra da lontano: «Sono tornato dai miei ma non ho trovato in casa nessuno, la casa era spalancata e deserta. Sono andato a cercarli sui campi e mi son seduto sotto un vigneto. Li vedevo muoversi tutti insieme, lontani, all’orizzonte, e non capivo che lavoro facessero. Certi lavori qui sono fatti ancora all’antica, i movimenti che una volta mi sembravano naturali adesso non li capisco più. Mi sembrano scaduti. Ci dev’essere qualche estraneo in mezzo ai miei, perché vedo una figura che sta sempre in piedi, non si curva mai, dunque non lavora».

È lo straniero a portare una storia di lei che nessuno in famiglia conosce. Durante la guerra, mentre scappava da chi lo inseguiva in auto cantando con i fucili che sparavano fuori dai finestrini, la «signora», così lo straniero chiama la loro madre, si è alzata di scatto dalla «muretta» dove stava seduta: «Drento, drento, curi curi», ha gridato. «Dentro, dentro, corri corri».

Salvato da lei, nascosto dietro una parete che non c’è più, ma lui conosce il punto esatto in cui tutto è capitato e il padre vuole sapere, perché il padre «vuole sempre sapere tutto» e perché questo punto è il varco, la storia che riprende a essere storia e non terra di cimitero pronta a gelare nell’inverno di pianura.

Bisogna ricostruire il muro della salvezza, ricostruire questo pezzo di vita, miracolo di vita salvata che moltiplica le vite salvate come i pani e i pesci del Vangelo.

Il resto è una liturgia senza regole, un forsennato lavoro di mani, ginocchia, sangue. Il padre ricompone pietra su pietra la costruzione dove la salvezza è avvenuta. Trova le fondamenta, è a un incrocio di strade. Sta con lei mentre lavora. Vede quel che lei vedeva, sente le campane da dove lei le sentiva, mentre lui era in guerra. L’idea dell’altare è naturale come quel che è venuto prima. Quel luogo può diventare casa per uno degli altari davanti ai quali si ferma la processione annuale delle campagne.

È la processione che fa conoscere i malati da visitare. Non ci sono altari da quelle parti ed è importante averne uno per i malati. Mancano solo due settimane alla processione. Manca il materiale con cui costruire l’altare. Mancano anche le forze ma bisogna. Non la vince la corsa contro il tempo il padre, come è giusto. L’altare è pronto due ore dopo il passaggio della processione e della benedizione. Ma il tempo lo fanno gli uomini infine. Sono loro a permettere che sia legge oppure vita. L’altare per la madre è vita e il prete la riconosce.

«Quando gli altri uccidono, bisogna salvare il più possibile. Quando gli altri muoiono bisogna inventare una forma di immortalità».

Non è un trattenere la madre. È il progressivo faticoso acquisire che la madre è eterna nel bene fatto, segreto dentro i gesti necessari e diventato improvvisamente folgorante nel punto luminoso in cui lei ha salvato l’uomo, vincendo la morte grazie a questo spontaneo assecondare la vita, che è arte divina consegnata agli uomini.

Mariapia Veladiano

da Il Regno – attualità, 15 ottobre 2016