La Grazia della vita

Questa è una «RiLettura» tendenzialmente perenne, nel senso che si ha il desiderio di rileggere il libro appena dopo averlo chiuso e poi ancora una volta e dopo qualche tempo ancora, per riascoltare i pensieri del reverendo John Ames che forse sta morendo, in effetti ha un’età importante e il cuore non funziona come dovrebbe, ma ha trovato in un amore bizzarro, inatteso, libero oltre ogni rigidissima convenzione – e intorno a lui le convenzioni sono tutte rigidissimamente accomodate dentro la pancia morbida e formale della fede congregazionista della cittadina di Gilead – ha trovato il regalo di un amore inatteso, non cercato, semplicemente accolto come si accoglie la Grazia quando arriva.

E la Grazia arriva sia che ci si creda sia che non ci si creda. Lui ci crede naturalmente, ci crede per gli altri, e anche per Dio, ma non si aspetta che arrivi davvero per lui, John Ames, e ci mette un poco a capire che alla fine è tutto molto semplice, si tratta di dire di sì alla vita, perché «si può vivere bene in tanti modi» (3).

Gilead di Marilynne Robinson (Einaudi, Milano 22017) è un capolavoro assoluto di scrittura e di umanità. È stato pubblicato nel 2004, in Italia nel 2008. È il primo volume di una trilogia splendida (Lila, 2015; Casa, 2011, entrambi di Einaudi), ma lo si può leggere da solo perché si sa che ogni capolavoro si basta.

Il romanzo ha la forma di una lunghissima lettera al figlio di sette anni, arrivato come un regalo, così come è arrivata la madre, la giovane Lila, rispetto al pastore giovane, arrivata da non si sa dove, che lui ha sposato senza quasi conoscerla e senza sapere ancora di essere innamorato, l’ha sposata perché lei glielo ha chiesto e lui ha detto sì, per fede nella vita, per non commettere il peccato più grande che un uomo possa commettere, che è certo uno e tremendo, cioè sottrarsi alla Grazia che ci raggiunge in forma impensata, anche nella forma discreta di una donna che vorrebbe ripartire e non può farlo perché la vita la trattiene lì, perché lei ha la grazia di portare vita in quel piccolo orto concluso che è la storia di un vecchio pastore vedovo, senza figli e che non conosce ancora del tutto i propri desideri.

Il pastore John Ames è figlio del pastore John Ames, misurato pacifista, ed è nipote del pastore John Ames, mistico guerriero di Dio con cui trattava direttamente, parlandogli quando serviva, combattente unionista compagno di John Brown. Lui, John Ames terzo, è un uomo riflessivo, prudente, onesto, sicuramente un buon pastore per la circoscritta città di Gilead, che non esiste naturalmente, ma che dopo i tre libri della Robinson è vera tanto quanto Roma, Chicago, New York, con le strade e le persone chiamate per nome e per famiglie e soprattutto con una storia.

A Gilead esiste un atro John Ames, ma è John Ames Boughton, figlio del pastore Boughton, amico fraterno di John Ames che con lui discute di grandi questioni di fede. È andato via da casa come il figlio della parabola, ha combinato cose che si conoscono e cose che si ha paura di conoscere e perciò non si osa chiedere.

Tutto il racconto è anche sotto il segno di questo figlio che interroga sulla bontà della vita, che torna e rallegra e insieme inquieta il vecchio padre e anche il pastore John Ames perché vede che lui è giovane quel che è giusto per Lila ed è anche pieno di energie e gioca con suo figlio e parla con Lila e si intende. Ha paura il pastore John Ames? È geloso? Forse, i suoi pensieri sono anche un percorso di consapevole distacco dai sentimenti inutili.

Quando tanta Grazia è arrivata, come si può perder tempo sugli screzi del mondo? Eppure tutto è importante. Anche la parola casuale lasciata cadere nel silenzio di uno stare insieme difficile, diventa assoluto in quel momento.

Il bambino cresce sereno accanto a Lila che gioca con lui e lo porta spesso al cimitero dove si prendono cura della prima moglie di lui. Non c’è tristezza in questo, Lila ha l’arte della continuità. La vita è una, si può essere ancora di qua a camminare sull’erba e foglie e lavorare l’orto, oppure si può essere di là, sì, sotto la terra per poter appoggiare il ricordo, ma sempre di terra si parla, i fiori ci crescono e in qualche modo la fede ci dice che è proprio lei la continuità che Dio ha voluto se ci ha formati dalla polvere: «E non riesco a credere che, quando saremo tutti trasformati e avremo abbracciato l’incorruttibilità, dimenticheremo la nostra splendida condizione mortale e transitoria, il grande fulgido sogno di procreare e perire che fu importantissimo per noi» (59).

Non è triste il pastore e nella scrittura un poco tutto si alleggerisce: «Immagino sempre che la divina misericordia ci restituisca a noi stessi permettendoci di ridere di quello che siamo diventati, di ridere degli assurdi travestimenti – posture chine, occhiatacce, zoppie e cipigli – che tutti indossiamo» (122).

Il bambino figlio di John Ames, nipote di John Ames, bisnipote di John Ames gioca in giardino con Lila.

Un bambino è nato e fa nuove le cose: «Presto mi vestirò di immortalità» (55).

Da Il Regno15 luglio 2018.

le Chiese che non ci sono più. Intervista a Paolo Repetti

Paolo Repetti,1 qualche settimana fa su Repubblica titolava «Gesù e Maria, perfetti per vendere». La notizia era che la Corte europea per i diritti dell’uomo legittimava l’uso dei simboli religiosi in pubblicità. Il caso era proprio l’uso di Gesù e Maria per una campagna promozionale (cf. anche Regno-att. 4,2018,83).

– È così? Il sacro tira in editoria?

«Non c’è dubbio che da 10 anni lo spartiacque fra editoria religiosa ed editoria laica sia più sfumato e che siano aumentati i lettori di libri religiosi. È nata un’esigenza nuova di un lettore nuovo e in questa l’editore laico si è accomodato. Il crollo delle due “Chiese”, il Partito comunista e la Democrazia cristiana, ha privato la società di due importanti agenzie pedagogiche capaci di leggere la realtà e di produrre senso e valori e ha lasciato il posto a un politeismo della politica dentro uno spazio enorme di richiesta di senso.

Avevano anche una funzione pedagogica importante, oltre che politica. Poi ci sono temi nuovi, come il fine-vita, la procreazione assistita, la crescita dei fondamentalismi. Sono temi di confine fra religione e politica dove però la politica non riesce ad arrivare. E allora si cerca nella spiritualità intesa in senso lato».

– Un nuovo interesse teologico?

«Direi una saggistica “sentimentale-spirituale”. Che risponde alla richiesta di orientamento. Ho l’impressione che siano diminuiti i temi teologici fondamentali e sia aumentata una specie di spiritualità sparpagliata che diluisce il cattolicesimo nel grande mare di una spiritualità indifferenziata. Poi ci sono anche elementi legati al mercato puro e cioè il successo di singoli libri ad argomento religioso. Ma l’interesse teologico sta dentro questo “innamoramento” per la spiritualità in generale.

Il fenomeno non è positivo in sé perché mette tutto insieme, anche il libriccino che regala risposte semplicistiche a domande complesse. Dentro tutto questo c’è anche l’aspetto teologico ma è indotto da questa generale grande ricerca di spiritualità in senso molto ampio».

Dio non è più un interesse di settore

– La collana «Stile libero» nasce nel 1996. È la collana «birichina» di Einaudi, trasversale per generi e temi. Ma non pubblica libri d’argomento religioso fino al 2011. Prima c’è Moni Ovadia, vostro autore sin dall’inizio, poi troviamo le lettere di Flannery O’Connor, e anche un libro militante come Dio non è grande di Christopher Hitchens, dove la religione è il male dei mali. Nel 2011 esce Ave Mary di Michela Murgia e poi Dov’è Dio, un saggio con quattro preti per autori, Ciani, Gallo, Panizza e Rigoldi.

«Moni Ovadia è un amico di sempre e per lui pubblicare i suoi lavori con noi è stato naturale. Non c’è stato un progetto. Abbiamo chiesto di pubblicare Ave Mary in “Stile libero” per dare al libro un taglio più pop. In Einaudi i saggi avrebbero avuto un altro titolo e un’altra storia. È stata una scelta di marketing editoriale. Dov’è Dio? è nato da una riflessione con Severino Cesari. Si è pensato che Dio non fosse un tema di settore ma più ampio, adatto anche al lettore laico che è quello di “Stile libero”. Abbiamo seguito un interesse che c’era già».

– Non con «Stile libero» ma sempre con Einaudi Enzo Bianchi ha pubblicato dal 2006 12 libri. Prima aveva sempre pubblicato con editrici religiose. È come se in Einaudi avesse trovato casa. C’è un grafico dell’Associazione italiana editori (AIE¸ cf. qui sopra) che mostra le «migrazioni» degli autori cattolici alle editrici laiche. Perché se ne vanno?

«L’autore religioso vive il passaggio alla grande editoria come a un mondo con lacci minori. Si apre a un lettore di varia. È come se uscisse da un ghetto buono e protetto per andare su un mare largo. E poi… gli editori laici pagano di più».

– L’editoria laica come grande editoria, lei dice. Ma l’editoria religiosa e in particolare quella cattolica è difficile pensarla come piccola editoria. In Italia ha avuto un mercato enorme. Carlo Maria Martini è stato per almeno un decennio l’autore più venduto in assoluto. L’editoria religiosa in generale ha tenuto meglio di quella laica in questi anni di crisi dei libri. Fino al 2011 è addirittura cresciuta, poi è calata molto meno del mercato in generale… (cf. anche Regno-Annale 2015-2016, 125ss.).

«Aveva una capacità di penetrazione nel mercato di tipo molecolare e aveva anche un mercato protetto. Le persone religiose compravano i suoi libri e li trovavano in tutti gli ambienti che frequentavano e anche fuori: nelle parrocchie, nelle librerie religiose, presenti in tutte le città».

– Dal 2013 il crollo degli editori religiosi. Che ora è molto più grave rispetto a quello del mercato del libro in generale: -8,30% le editrici cattoliche nel 2016, rispetto al mercato che ha registrato un -0,26%. Cos’è successo?

«L’esodo di moltissimi autori alle editrici laiche. Si sono portati dietro i lettori e ne hanno catturati di nuovi. La caduta d’interesse del lettore religioso per gli argomenti specialistici e l’apertura verso un mondo di spiritualità di confine. La sua Chiesa non c’è più e si guarda intorno. E un’editoria religiosa che non ha ripensato se stessa nemmeno in termini commerciali».

– Ripensare se stessa o giocare la carta delle aggregazioni, come ha fatto l’editoria laica?

«Non è un problema tecnico di aggregazioni. Capita in editoria esattamente quel che capita per il mercato del lavoro. Bisogna ripensare il fondamento della propria missione editoriale. L’aggregazione è un tema strumentale: crea sinergie e risparmi di spesa ma non crea nuovi lettori. Serve ad affrontare un periodo di crisi. Allunga il tempo di tenuta ma bisogna trovare idee nuove, da questo non si scappa».

I mercati (un tempo) garantiti e il papa pop

– E il fatto che il prezzo medio del libro d’argomento religioso sia per gli editori cattolici 6,96 €, cioè meno della metà di quello degli editori laici, non aiuta perché?

«Nel mondo di oggi nessuna casa editrice può reggere con prezzi così. È fuori mercato. Un’editoria che non sta sul mercato con le regole del mercato non ha speranza di resistere. Il dramma è l’ovvietà dei gesti e dei pensieri con cui questi editori fanno editoria. È una sorta di editoria di stato. Con i loro mercati garantiti. Si siedono sulle garanzie, vivono di rendita. Ma nel lavoro editoriale devono accadere cose, bisogna fare errori e si deve imparare. Si deve stare sul mercato con le proprie forze. Si deve provare e inventare».

– Questo ripensamento l’editoria laica lo sta facendo?

«L’editoria laica ha sempre dovuto stare sul mercato e reinventarsi. In questo momento di crisi si muove sul breve termine, affacciata sul medio termine. Schiacciati dal presente. Non è una buona cosa ma questo è un problema epocale. Oggi a tutti i livelli si agisce in termini di stimolo-risposta e non di programmazione culturale sul futuro che ha avuto per molto tempo l’editoria del Dopoguerra. È una caratteristica dell’editoria come dell’epoca. Tutto è gesto e non pensiero».

– Paolo Repetti, «Stile libero» ha pubblicato anche un vescovo, Dionigi Tettamanzi, due donne di spiritualità, Madre Ignazia Angelini e Antonella Lumini. In questo momento pubblica libri d’argomento religioso per assecondare il mercato o per crearlo?

«Un po’ e un po’. A metà strada. Si percepisce un interesse maggiore, un allargamento dei temi che catturano i nostri lettori e poi noi creiamo nuovi lettori».

– E i papi? Giovanni Paolo II ha preferito editrici religiose. Papa Francesco è un vortice: Castelvecchi, Newton Compton, Dehoniane, Rizzoli, S. Paolo…

«Il primo libro di papa Francesco è stato pubblicato in 25 lingue. Ha avuto un’attenzione mediatica immensa. I diritti di quel libro hanno dato ossigeno agli editori di tutto il mondo. È un fenomeno d’“intermediazione editoriale”. Ha funzionato la simbolizzazione di una figura: il papa icona pop. Parla direttamente il papa e il pubblico s’avvicina a lui come farebbe con un feticcio.

In questo successo dei libri del papa non c’è un vero progetto religioso. È un fenomeno di dis-intermediazione teologica. È venuta meno completamente la mediazione culturale e gioca un ruolo determinante l’identificazione con la persona ma così salta il pensiero. È un fenomeno generale della nostra società che nella Chiesa cattolica significa il venir meno della mediazione della teologia. Pur bello, profondo, importante per la Chiesa, il discorso di Ratisbona di papa Ratzinger è difficile da leggere. Anche se lui è un teologo immenso, leggerlo è impegnativo. Con papa Francesco salta la mediazione».

Cercare e crearsi i propri lettori

– Ripercorrendo il catalogo «Stile libero» si vede che molti grossi successi sono stati di «autori di un solo libro». Che poi non hanno scritto più nulla né di successo né di interessante. Non ricordo niente di simile nell’editoria religiosa.

«Vero. “Stile libero” ha una quindicina di autori che scrivono per noi con regolarità. Ma poi pubblichiamo anche quando sappiamo che il libro intercetta un interesse del momento, un tema che può attirare, anche se sappiamo che non si tratta di una voce nuova.

L’editoria religiosa questo non lo sa fare eppure si tratta non solo di stare sul mercato anche grazie a questi libri, si tratta pure di corrispondere a una richiesta dei lettori, del momento. Poi il lettore che ha letto quel libro tiene d’occhio il tema, uguale o simile. E torna in libreria».

– Del resto sono spesso romanzi, questi grandi successi singoli. E l’editoria religiosa non c’è proprio sul mercato con i romanzi.

«Sì. Un lettore laico non andrebbe mai a cercare un romanzo da un editore religioso. L’editoria cattolica non ha ancora credibilità sul lettore di letteratura. Vale un pregiudizio d’appartenenza. Se lo scrittore pubblica c’è l’idea che pubblichi in modo condizionato ma soprattutto bisogna dire che se si vuole creare un mercato sulla letteratura bisogna conquistarselo con credibilità e perseveranza, trovando autori nuovi da imporre in modo continuativo, non sporadico.

Attualmente per questa ragione nemmeno il lettore religioso cerca un romanzo sugli scaffali di un editore religioso».

– Severino Cesari diceva spesso che ogni libro è un libro. Perché non funziona con l’editoria religiosa?

«Ma non voleva dire che non esiste l’editore o non esiste la collana. “Stile libero”, benché appartenga a una “Chiesa”, cioè a Einaudi, si è data una forma riconoscibile. Una collana che attraversa tutti i generi: narrativa straniera, italiana, saggistica, fumetto. C’è stato un pensiero e questo ha creato un’identità. Una autorevole riconoscibilità. Vale questo anche per l’editoria religiosa. Deve ripensarsi. Farsi riconoscere da lettori che la scelgono. Non pretendere di essere letta perché esiste».

 

a cura di
Mariapia Veladiano

 

1 Paolo Repetti è fondatore insieme a Severino Cesari – recentemente scomparso – della collana Einaudi «Stile libero» e suo attuale responsabile.

Da Il Regno, 15 marzo 2018.

il mondo nuovo

«Perché, come tutti sanno, i particolari portano alla virtù e alla felicità; mentre le generalità sono, dal punto di vista intellettuale, dei mali inevitabili. Non i filosofi, ma i taglialegna e i collezionisti di francobolli compongono l’ossatura della società» (22).

Il Direttore del Centro di Incubazione e Condizionatura di Londra Centrale (tutte le maiuscole al posto giusto) conosce bene la natura pericolosa dello sguardo largo sul mondo. Quel che conta è in ogni modo impedirlo, far sì che ci si contenti del proprio orizzonte circoscritto credendo che la vita sia tutta lì: collezionare non più (nemmeno) francobolli, che hanno una loro storica e artistica dignità, ma tristi like sotto una notizia falsa che dissemina frottole a spaglio, pietroni lanciati con traiettoria centrifuga che quando riusciamo a riprendere hanno già contuso mezzo mondo.

Aldous Huxley scrive Il mondo nuovo (Mondadori, Milano 1971) nel 1932 cioè quasi un secolo fa. Prevede un mondo dominato da un governo centrale che pianifica l’umanità attraverso un rigoroso controllo delle nascite secondo principi di eugenetica che portano ad avere individui Alfa e Beta evoluti e intelligenti, ma anche secondo il suo contrario, una precisa dis-genetica, perché altri individui, Gamma, Delta ed Epsilon sono condizionati nello sviluppo a diventare inferiori, variamente servi dei primi.

Il tutto avviene in provetta, si direbbe oggi. Abolita la gestazione naturale considerata primitiva e selvaggia. Un incubo, vien da dire, e del resto le distopie sono incubi. Eppure è un mondo che si pretende «felice», perché al condizionamento genetico segue quello psicologico e comportamentale per cui ciascun individuo è tranquillo al posto suo, non sente il desiderio di essere altro rispetto a quello che è.

E laddove qualche malinconia residua affiori, c’è il soma, una droga che condiziona l’umore e lo riporta con precisione alla «felicità» di tutti. Su questa felicità il controllo sociale e gerarchico è totale. Chi è inquieto è sospetto e va curato col soma.

Huxley sembra averne azzeccate poche di previsioni. Nessun governo centrale pretende di pianificare il nostro bene comune anzi, gli stati si sciolgono per effetto di mille regionalismi, l’eugenetica, se la si può chiamare così, è saldamente nelle mani dei singoli che esercitano semmai il capriccio individuale e non la pianificazione sociale. Ma in questo libro il genio, e anche il diavolo, sta nei dettagli.

Ad esempio il Direttore del Centro di incubazione e condizionamento spiega che gli embrioni vengono condizionati precocemente ad amare il freddo oppure il caldo a seconda della destinazione futura degli individui che diventeranno. «E questo è il segreto della felicità e della virtù: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale» (32).

Oggi se la nostra inevitabile destinazione sociale è poter produrre per poter acquistare quel che si produce e poter continuare a produrre altrimenti tutto implode, bisogna che si ami profondamente il lavoro, anche se tremendo e alienante, e infatti diventa piacere e quasi felicità se la sua mancanza è il male assoluto. Senza lavoro non sono nessuno, non sono socialmente accettabile, sono povero e rifiutato. La mancanza di lavoro come stigma irredimibile. E tutti amiamo la nostra inevitabile destinazione sociale di lavoratori purchessia.

Sempre il Direttore a proposito del condizionamento a odiare la natura: «Le primule e i paesaggi hanno un grave difetto: sono gratuiti. Si decise di abolire l’amore per la natura, almeno nelle classi inferiori» (37). Come si decise di abolire anche i giochi semplici che non aumentano i consumi. Un apposito Controllore è deputato ad approvare solo giochi che abbiano una quantità di accessori almeno uguale a quella del più complicato dei giochi esistenti (43).

Il mondo nuovo ha abolito anche il tempo libero: era stato sperimentato in Irlanda, tre ore libere al giorno, ma queste «furono così lontane dall’essere fonte di felicità, che la gente si vide costretta ad andarsene in vacanza per sfuggirle» (201).

E oggi? Il tempo libero potrebbe diventare un pericolosissimo spazio di pensiero, consapevolezza di quel che siamo, che davvero desideriamo, perché si sa benissimo, in fondo, che così non va, anche perché il lavoro slegato dalla realizzazione di sé, lavoro per il lavoro, è funzionale alla logica dell’accumulo da parte di pochi che di questo lavoro fanno le pietre squadrate delle loro ziqqurat di potere e denaro. Ma il tempo libero è occupato ad autodistruggersi nel lavoro del divertimento programmato. Un soma raffinato, distrattore permanente.

E poi ci sono i libri, nel libro di Huxley. C’è il condizionamento dolorosissimo (a suon di traumi acustici e di scosse elettriche) a odiare la lettura, necessario a impedire alle «caste inferiori di sprecare tempo della Comunità con i libri, che c’era sempre il rischio che essi leggessero qualcosa capace di alterare in modo non desiderabile uno dei loro riflessi» (36).

I libri sono pericolosi, conoscere la storia è pericoloso, il dolore è pericoloso per cui non si esce di casa al mattino se non con scorte sicure di soma, lo si offre prima che un fastidio possa inquietare chi ci sta vicino, lo si usa per fare l’amore, alla fine del proprio lieto e necessario lavoro, prima che la noia ci sfiori, prima che… «Tutto era agitazione armoniosa e attività ordinata» (26).

Chi ci salva? Una piccola risposta Huxley la dà.

Da Il Regno, 15 dicembre 2017

i racconti della signora Dele

La signora Dele è nata a Vicenza nel 1854 e prima di cominciare a savariare (dir questo e quello in modo confuso), a dimenticare nomi e circostanze, cosa che è capitata più o meno intorno al 1938, ha vissuto, osservato, ascoltato e graziealcielo ha parlato.

Neri Pozza (Una città per la vita, Mondadori 1979) raccoglie i racconti della signora Dele e senza ordine o progetto ci fa attraversare Vicenza, dal quartiere (allora) poveretto dei Carmini, dove la signora Dele è nata, fino alla bella zona di Ponte San Michele, dove va ad abitare già molto «grande» e dove la lasciamo savariare alla fine del libro. E insieme a Vicenza attraversiamo la storia.

Nei racconti della signora Dele ci arriva addosso la viscerale intensità con cui gli eventi che si studiano sui libri stritolano le vite normali, comuni – come se esistesse qualcosa di diverso dalle vite comuni –. Un fronte quotidiano di combattimento a testa bassa e denti stretti, di solito senza cronisti e storici a farne memoria nobile.

La signora Dele ha una parlata bella e viva. E la sua memoria è strepitosa. Ricorda tutto con nome, cognome, soprannome. Son personaggi vicentini che riconosciamo. Ne han combinate di tutti i colori, di belle e di brutte, ma lei racconta dalla posizione di chi ha «persi i veleni» (7). Senza l’urgenza della rabbia o dello sdegno. È una lezione di letteratura.

Quando si può raccontare il vero? Quando l’urgenza dei sentimenti trova la giusta distanza e solo allora la scrittura può essere libera e feroce nel leggere i fatti, belli stagliati contro il confuso delle emozioni passate.

La signora Dele non ha studiato a scuola e «del resto un signor che leze tanto – solo i siori trova il tempo! – altro no’ fa che passare da una confusione all’altra» (12) e però tiene lezioni gratuite di economia delle risorse: «Voialtri (…) siete gente che prende le modernità per la parte buona, mettete in conto quel che guadagnate – e si vede – e mai quel che perdete – e subito magari non si vede» (13).

Ricorda tutto con la precisione di chi sa quel che è importante: gli anni delle epidemie di colera, il numero dei malati e dei morti dell’epidemia che lei aveva visto con i suoi occhi, nel 1886, il costo complessivo per la città; gli scioperi del 1873 e 1896, quando aveva spiegato al padrone delle manifatture per cui lavorava fin da quasi bambina che le ragioni delle lavoratrici erano sacrosante; l’inverno del gelo del 1928/1929.

La signora Dele è una donna che vuole essere vera: «Le pareva giusto vivere intonata nella società dei poveri, difendendo con orgoglio il suo istinto di giustizia. In sostanza trattava con la medesima naturalezza parenti e amici, il parroco della parrocchia, il senatore Cavalli (uno dei Mille di Garibaldi), che abitava a cento passi da casa sua, Giacomo Zanella e suo compare Artemio» (9).

È impressionante il numero e la qualità di nomi che vivono nelle sue parole, Giacomo Zanella, Antonio Fogazzaro, il conte Angarano, Paolo Lioy, per dire.

E poi ci sono i preti. I preti di Vicenza sono buoni e cattivi ma soprattutto ci sono. La signora Dele racconta per filo e per segno quelli che contano, cioè quelli che sono stati vicini ai poveri. Come don Roberti, della parrocchia dei Carmini, arrivato all’ordinazione con una dote grande e ricca come quella «di una fiola che sposa un principe» (40), dote che con discrezione e umiltà ha distribuito ai poveri lungo tutta la vita.

Nella sua parrocchia c’erano le reverendissime suore Canossiane, tutte dedite all’apostolato delle fanciulle ricche della Vicenza impaludata, e anche un «casin», nella contrà Corpus Domini, quando si dice il destino dei luoghi e dei nomi.

Il «casin» lo faceva disperare, ma anche le suore e però anche se non poteva fare nulla contro le «badrasse» del «casin», almeno «era sicuro che il nobile collegio delle Canossiane si sarebbe messo al passo coi tempi e la madre superiora avrebbe abbassato la cresta delle sue grandessate» (40).

Invece no, la madre superiora gli fa trovare un qualsiasi pretino a celebrare la messa al posto suo la domenica, nelle beghe viene coinvolto il vescovo ma quando questo chiama don Roberti «il prete non ebbe paura. Disse quel che doveva dire del collegio e della educatrice e tornò in parrocchia muto» (42).

Da Natale a Pasqua non capita niente e don Roberti non parla. Con la Pasqua tutto si «s-ciara» (si schiarisce) e si pensa che i due abbiano fatto pace. Va a benedire le case della parrocchia, si strugge di non poter benedire il «casin» come ogni anno e si arriva a Pentecoste. Alla predica di Pentecoste, misteriosissimo evento di fuoco parola.

E durante la predica, dopo aver «dato una tiratina alla pianeta, che gli cascasse bene davanti» e aver detto che «questo è un grande anniversario, il giorno in cui il Signore manda ai suoi apostoli lo Spirito, cioè il fogo, che sarìaquello che cambia la testa ai òmeni» (il fuoco che cambia la testa agli uomini), don Roberti si libera da un gropo(nodo) in gola «che bisogna che me lo cava prima che “l me sofega”. Quest’anno in due posti non son entrà a benedire le case: dalle putane in casin via Corpus Domini e dalle Canossiane» (43).

E poi via con la predica di Pentecoste: «El fogo dello Spirito Santo, sui apostoli per insegnargli che il mondo è grande e devono partire per predicare alle genti la buona novella» (44). Ecco. E la siora Dele sorrideva soddisfatta.

Da Il Regno15 ottobre 2017