Dio ci scampi dall’umanità presuntuosa

Dio ci scampi dagli uomini di Jane Austen. Prendiamo Orgoglio e pregiudizio (Feltrinelli 2016) e partiamo pure da quello che alla fine forse sembra il migliore, Mr Darcy. Solo una morbosa inconsapevole disposizione masochistica incisa nel DNA femminile può celebrarlo come il bel tenebroso, il cuore d’oro imprigionato nella scorza dura di un’educazione (educazione?) aristocraticamente superiore.

Mr Darcy è un gran maleducato. Non solo giudica tutti con il metro della sua intransigenza, ma anche governa la vita dell’amico Mr Bingley che allontana dall’amata Jane perché ritiene (e appunto sbaglia giudizio) che lei non sia sufficientemente innamorata. È arrogante, ostenta il disprezzo verso chi ritiene inferiore, e quando smette di ostentarlo non lo fa perché ha acquisito finalmente un po’ di comprensione verso la varietà dell’umana famiglia, ma perché l’amore per Elizabeth Bennet lo stordisce come una clavata sulla testa ed è costretto a vedere un poco con gli occhi di lei.

Quanto a Mr Bingley, è un bietolone. S’innamora tanto tanto di Jane Bennet, o forse no perché poi la pianta nella sua malinconica campagna al primo cenno di Mr Darcy, ma forse anche sì perché quando Mr Darcy gli dice vai, lei ti ama, allora sembra innamorato davvero davvero.

Ma si può? Per farci male possiamo parlare di Mr Collins, il cugino ecclesiastico che erediterà la casa delle cinque sorelle Bennet senza merito alcuno se non quello di essere nato maschio. È irrimediabilmente stupido, petulante, striscia davanti a ogni tipo di potere, di fede nemmeno si può parlare, intriso com’è di stolto, viscido moralismo.

Al suo confronto Mr Wickham è un faro. È un autentico farabutto, bugiardissimo e profittatore, limpidamente opportunista. Il male travestito di buone maniere, capace di dispensare complimenti similautentici, con l’inclinazione naturale a piacere e a ingannare.

Di sicuro non uno di questi uomini fa qualcosa di buono. Cavalcano e ballano e vanno a passeggio alcuni, altri cacciano e chiacchierano vacuamente. Praticamente tutti fanno danni, al patrimonio o ai sentimenti altrui.

Mr Bennet, il padre delle sorelle Bennett, in effetti ci tira a un po’ di simpatia. Passa il tempo fra i libri, adora Elizabeth che è la figlia più intelligente, riconosce la stupidità in buona parte del resto della sua famiglia. Ma in realtà non si contano le sue colpe per omissione. Non fa niente per arginare l’irresponsabile dilagare della moglie, maleducata, invadente «il cui unico passatempo era costituito dalle visite e dai pettegolezzi» (59). Non fa niente per educare le figlie minori, e lascia che la vita della piccola Lydia sia artigliata dal pessimo Mr Wickham.

E così siamo passati alle donne. Il cielo ci salvi anche dalle donne. Sua signoria Lady Catherine zia di Mr Darcy è orrenda nella sua illimitata propensione a comandare ogni aspetto della via altrui, dal matrimonio del nipote al governo delle vacche e dei polli da parte di Mrs Collins.

Miss Bingley sorella di Mr Bingley è falsa e manipolatrice. Mrs Bennet è un dilagare di impresentabile grossolanità. Lydia è scema in modo invincibile. Jane Bennet, la sorella maggiore, è piena di virtù, emana benevolenza e non un bruscolo di malanimo offusca il suo carattere ma se non fosse stato per Elizabeth avrebbe trascorso l’intera sua esistenza in lutto per un amore che non aveva avuto l’ardire di far trapelare nemmeno con un rossore prudente, di quelli che calano regolarmente sulle guance di tutte le altre fanciulle del romanzo.

Fosse oggi la si manderebbe a un corso di autostima e motivazione. Rimane Elizabeth che certo la narratrice onnisciente del romanzo ama molto e il punto di vista interno è quasi sempre il suo. È acuta, e se prendiamo per vero che «nessuna donna può dirsi realmente colta se non sorpassa di varie lunghezze la misura comune» (90), è certo colta, nel senso che legge libri e anche le interessa davvero il mondo che la circonda e cerca di capirlo. Ma di Mr Wickham non capisce niente e si lascia raggirare tanto quanto e nemmeno del suo bel Mr Darcy.

In effetti suona molto sincera la sua espressione quando accetta l’invito della zia a viaggiare con lei in estate: «Che piacere! Che felicità! Addio delusioni e malinconie. Che cosa sono gli uomini di fronte alle rocce, alle montagne? (..) E quando faremo ritorno, non saremo come gli altri viaggiatori che non sono in grado di dare un’esatta idea di quello che hanno visto. Noi sapremo dove siamo state; descriveremo i luoghi visitati» (194).

Poi però accetta senza tante cerimonie il cambiamento fulmineo di Mr Darcy e si sposa come le altre, probabilmente più felice delle altre, perché forse lei ha «scelto» di fare quello che era necessario per i tempi e la convenienza, o forse perché l’intelligenza le consente l’ironia, che salva sia dal malumore sia dalla malinconia.

Romanzo incantevole. Moderna con misura, questa Miss Austen che parla la lingua schietta di Elizabeth e forse in lei mette un qualche desiderio e ci fa divertire ogni volta della ridicolissima serietà con cui ogni epoca pretende di essere lei sola assolutamente vera e giusta. E ci lascia il piacere di una ricetta piccola e chissà universale: un po’ di pene d’amore sparse qua e là e poi, eccola, la felicità.

Da Il Regno15 aprile 2017

l’amore carnefice

Donne che non conoscono il loro valore. Uomini che di valore non ne hanno molto. Il mondo che Elizabeth von Arnim racconta nei suoi romanzi è spesso un piccolo, quieto ritaglio della grande società vittoriana, i cui difetti sono letti attraverso un’ironia intelligente che permette di vedere anche il bene di un formalismo che comunque e per vie indirette un poco purtuttavia educa i buoni pensieri.

Di buoni pensieri e di parole ancora più buone strabocca Vera, romanzo che Elizabeth von Arnim scrisse nel 1921 (la 1a traduzione italiana è di Mursia [MI] del 1993; la più recente è di Bollati Boringhieri [TO] del 2006), solo un anno prima di Un incantevole aprile, leggerissimo nell’ironico raccontare il viaggio in Italia di quattro dame inglesi annoiate dalla nebbia e, le due di loro sposate, anche dai rispettivi mariti. In Vera invece non c’è niente di leggero, tranne la scrittura elegantissima dell’autrice. È la storia di Lucy, giovane figlia di un padre che muore d’infarto alla quinta riga del romanzo. Lei ha sempre trascorso la vita con lui, felice di accompagnarlo nei viaggi, di assecondarne l’amore per la lettura, la vita tranquilla, i sentimenti buoni appunto. Il padre «era delicato e lei se ne prendeva cura. Fin da quando riusciva a ricordare, suo padre era stato delicato e lei se ne era presa cura».

Lei è in giardino, stordita, non sa allineare pensieri e sentimenti, come capita quando il mondo esibisce all’improvviso un suo aspetto alieno. E qui, per caso, davanti al cancello del giardino, passa Everard Wemyss che i pensieri li allinea con geometrica orrida precisione. È soprattutto un uomo molto seccato. Sua moglie è morta da poco più di una settimana, c’è un’inchiesta in corso perché è caduta non si sa come dalla finestra di The Willows, la loro casa di campagna, e questa inchiesta gli è molesta alquanto. Poi tutti si aspettano che lui sia affranto e anche questa mancanza di libertà verso i sentimenti che vuol provare gli risulta seccante. Infine è irritato dalla solitudine che il lutto gli impone. Non può giocare a bridgeperché è sconveniente, non può andare al circolo perché è sconveniente. Non può godere della compagnia di una moglie che devotamente lo aspetta a casa perché Vera è sconvenientemente morta.

L’incontro fra Everard e Lucy è casuale, come spesso capita fra vittima e carnefice, ma non c’è niente di causale nella trappola che lui costruisce fin dal primo minuto intorno a lei. Si occupa del funerale del padre, diventa normale presenza nei giorni del dolore, atteso da Lucy come amico prima, familiare poi. E infine amante. Lucy s’innamora e il cielo sa quanto può essere pericoloso innamorarsi.

Tutti noi che leggiamo, tutti, vediamo che lei cade nella trappola, un piano inclinato, un imbuto che porta giù e sempre più giù. Anche Lucy lo sa, troppo intelligente, sottile, troppo fine il suo pensare, lo sa e vede le mille sfumature di nero dell’anima (anima?) di lui. È crudeltà pura quando lui la chiude fuori dalla porta di casa in mezzo alla bufera, il primo giorno del loro rientro dal viaggio di nozze, per un’impalpabile offesa che ritiene di aver subito, e davvero questo è il meno.

È perversione quando le impone la casa, lo studiolo, la camera, il letto di Vera. È cannibalismo quando pretende di possedere tutto di lei, il tempo, i gesti più intimi come quelli del lavarsi, e vuole educare le sue parole, tenendo il broncio o arrabbiandosi od offendendosi o minacciando ambiguamente di offendersi finché lei non dice quella giusta. Fino i pensieri vuole ammaestrare.

E tutto questo lui chiama amore. E anche lei chiama amore il suo trovar giustificazioni al comportamento di lui. Doveva pur essere amore, una forma misteriosa, contorta, a lei sconosciuta di amore. Non poteva essere solo crudeltà distillata ora per ora, parola per parola. E nella assoluta solitudine in cui si trova a The Willows Lucy molto presto finisce con il cercare proprio Vera, ovvero la traccia che Vera ha lasciato in quindici anni di matrimonio, per capire come sia l’amore per lui, perché lui non può essere il Barbablù che le appare.

Insieme alla dolcissima zia Dot, che riesce a venirla a trovare, sia pure una sola volta e poi mai più, perché il potere sadico è perfetto se non ha testimoni, insieme a zia Dot getta lo sguardo nella biblioteca di Vera, poeti malinconici, romanzi pieni di dolore e morte, e poi un’infinità di guide turistiche Baedeker: «I libri che la gente leggeva… c’era qualcos’altro di più rivelatore?».

Perché Lucy vede ma non abbastanza da saper volare via? Vera è volata via nel modo più ingiusto, volata dalla finestra, caduta, buttata o spinta non cambia niente. La morte come soluzione al dolore è sempre maligna.

Una storia che comincia con l’egoismo mostruoso di lui, continua con un’infinita serie di menzogne, condite di perfette parole d’amore perché i seduttori le parole le conoscono eccome, e finisce senza nessuna ironia. Ma poter finalmente vedere quanto orrido, piccolo, spregevole può essere una persona di cui non si sa come ci si innamora è un poco salvifico. Anche questo può fare la letteratura.

Su Il Regno, 15 luglio 2015

donna, madre, prigioniera

Quando nel 1906 pubblica Una donna, Sibilla Aleramo ha trent’anni e almeno quattro vite sulle spalle.1

La «fanciullezza libera e gagliarda» di cui parla all’inizio del romanzo che, al di là dei necessari scostamenti narrativi, è una trasparente aspra autobiografia dei sentimenti e delle emozioni. L’età bambina è trasfigurata dal sogno, non perfetta certo, ma avvolta da «un’armonia delicata e vibrante», da «una luce». Sibilla Aleramo è prima figlia di una famiglia piemontese, ricca di beni e di idee, amata dal padre che lei idealizza come è normale che capiti, educata a una libertà di pensieri e di progetti alquanto singolare per una ragazza dell’epoca.

C’è poi la sua vita di sposa bambina accanto all’uomo che l’ha violentata, a sedici anni, nella piccola cittadina delle Marche in cui la famiglia si è trasferita seguendo il lavoro del padre. Un luogo in cui Sibilla scopre il mare, la spiaggia delle passeggiate piene di vento e sole dove «tutto scintillava» e «per la prima volta aveva la rivelazione della bellezza del mondo» e insieme scopre che esistono persone e pensieri impensabilmente più circoscritti, quasi primitivi rispetto a quelli che ha frequentato e conosce.

Le donne chiuse in casa, a spiare le vite degli altri e a praticare il veleno della chiacchiera, gli uomini fuori, gagliardi, a tradire le donne e a farsene vanto. La violenza sul suo corpo arriva nel pieno di quel confuso irrompere del sogno d’amore che non ha ancora forma né parole quando si è ancora meravigliosamente giovani e nuovi. Per cui quella violenza alla fine non poteva essere frutto di un istinto innominabile o peggio di un calcolo. Doveva essere amore. È senza tempo questo bisogno che pretende di trasformare in amore la violenza subita, perché è impensabile, indicibile, intollerabile scoprirsi oggetto rubato da mani violente proprio quando si è tutte intere, tutti interi, pronti a regalarsi, a darsi senza calcolo e limiti.

La terza vita arriva con la maternità, a cui Sibilla si abbandona come alla felicità. Ed è felicità. Le pagine che raccontano l’amore per il suo bambino sono luce. L’ombra del marito va e viene molesta. Ma l’amore di lei per il figlio riempie i giorni e le pagine. Impossibile leggere quel che segue se non dentro l’impressione di questo amore.

E poi c’è la vita da cui racconta. Già oltre, e per sempre dentro, una seconda violenza, che stavolta ha il tratto assoluto della tragedia, quando qualsiasi scelta porta con sé un carico di ingiustizia e di dolore al quale non è dato sottrarsi.

La convivenza con il marito violentatore è solo dolore. Non nasce amore dal malamore. Andarsene con il bambino è impossibile. Il marito non lo consente, per orgoglio, per il potere che deve tenere agli occhi del mondo e di se stesso. Così come non permetterà che la moglie entri in possesso di una sua rilevante eredità. Niente possiede una donna di suo. Nemmeno il diritto di uccidersi. Sibilla ci prova maldestramente, col veleno, ma viene salvata. È un’epoca in cui le donne passano dal padre al marito e se nel matrimonio non c’è niente che ricordi un poco almeno l’affetto, la felicità possibile ha l’unica forma del sacrificio di sé nell’amore per i figli.

Sibilla scopre qui una lettera della madre, infelice e tradita come le altre donne. «Debbo partire… qui impazzisco… lui non mi ama più. Ed io soffro tanto che non so più voler bene ai bambini… debbo andarmene, andarmene. Poveri figli miei, forse è meglio per loro!».

Una storia che si ripete, la madre era rimasta, la sua infelicità aveva avvelenato i figli. Anche lei salvata da un tentato suicidio, ma non dalla malinconia e poi dalla follia. Storia uguale a quella di tante donne tenute insieme dalla tenerezza verso una vita da accudire.

«Mi piaceva guardar nelle tenebre, non ne avevo paura», scrive Sibilla di sé bambina. La tenebra è qui una scelta che non può schiarirsi. Restare per il bambino e sacrificare la sua felicità (possibile) di donna piena di attese, come tutti, o partire, obbligata a lasciare il bambino, e sacrificare la felicità che viene dall’accompagnare nella vita il proprio figlio? E lui? Cosa è bene per lui?

L’esito della tragedia è quasi sempre la morte. Fisica morte che sopprime il dilemma e moltiplica il dolore. Sibilla sceglie di vivere. Se ne va, per il bambino oltre che per sé. Per non infliggergli l’infelicità della vita di lei sacrificata. «Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? È una mostruosa catena. (…) Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli…».

Un romanzo non è mai (solo) un’autobiografia. È anche una nostra storia a noi riconsegnata, un poco squadernata a nostro beneficio.

«Come avevo potuto? Ero un povero essere dal quale la mano di un chirurgo ne svelle un altro per evitar la morte di entrambi». Quanto alla felicità, è parola che quasi non si può pronunciare.

1 S. Aleramo, Una donna, Feltrinelli, Milano 2003.

Si Il Regno, “Riletture”, 15 aprile 2015

le donne di papa Francesco

E ADESSO le donne. Si sta limpidamente disegnando una strada, questo Papa. Prima un nome, Francesco, da cui non si può tornare indietro. Impossibile decidere liberamente di chiamarsi Francesco e poi far finta di niente. E infatti. Poi, subito dopo, i non credenti. Il nostro mondo ne è pieno e lui li ha improvvisamente visti. Non come pecorelle da riportare al covile, ma come espressione di una legittima, razionale, onesta possibilità della nostra vita. E adesso le donne.

Alla seconda udienza generale, con l’ urgenza irrituale che porta fuori dal foglio scritto, parole dette con ancora gli occhi di tutto il mondo addosso. Perché le donne? Perché abitano con impensabile pervasività l’ Antico Testamento e il Vangelo, ad esempio. Oltre che il mondo, naturalmente, e la comunità credente, soprattutto quella cattolica. Gli uomini a messa la domenica sono ormai casi spirituali felici e solo una colossale operazione di rimozione, se non si vuole pensare a un premeditato intento difensivo, ha potuto mantenere marginale il ruolo delle donne nella Chiesa. Oggi, sulla questione della donna al suo interno, la Chiesa è, come si dice con linguaggio teologico, in statu confessionis, ovvero sta o cade. Perché è un problema di Verità, non di laica equità (e forse già questo basterebbe).

Nell’Antico Testamento una quantità di donne hanno aperto le porte alla salvezza del popolo ebraico. Nei modi più irrituali, anche loro. Come Giuditta che dalla sponda di una fede che i maschi di Betulìa non sanno immaginare, libera, inaudita, con l’ arma di una bellezza provocante e profana, salva l’ intera città. Salva i bambini che cominciavano a morire. Fino a Maria del Vangelo. Ha avuto per prima Dio fatto bambino fra le sue braccia, ne ha saputo la verità di corpo da difendere, affidato a tutte le cure, da tutti dipendente. Lo ha cresciuto come figlio per il quale preoccuparsi, incomprensibile come ogni figlio, altro da sé, come ogni figlio, come Dio, e ha saputo, come solo una donna sa, la suprema offesa della morte di un figlio, del corpo morto di Dio. Offesa alla promessa che la vita porta inscritta. Infinita offesa all’ idea di Dio infinitamente vita. Donne comuni e come tutte speciali hanno seguito Gesù nella libertà impensata di partire e uscire dal loro ruolo scolpito dalla storia disegnata dai maschi. Altre donne hanno saputo per prime che la morte non è l’ ultima parola, perché non hanno avuto paura di seguire la furia degli uomini che mettevano a morte, e poi di vedere e di raccontare. Raccontare la Risurrezione. Parole di vita. Questo ha detto Papa Francesco: «Le donne nella Chiesa hanno un ruolo particolare, aprire le porte al Signore». È tutto, assolutamente tutto. La lunga stagione della teologia femminista che aveva raccontato i limiti scandalosi di una teologia “naturalmente” al maschile è finita senza lasciare il più atteso dei risultati, ovvero la strada di una condivisione della responsabilità nella Chiesa che non passi attraverso il genere e attraverso l’ ordine sacro. Ed è stato facile confondere e mescolare le cose. Niente sacerdozio alle donne, niente corresponsabilità. La teologia femminista accusata di finire nei rivoli delle rivendicazioni.

Difficile oggi continuare a far finta di niente davanti a una Chiesa fatta soprattutto di donne credenti, catechiste, animatrici liturgiche, teologhe, del tutto rappresentata nei ruoli della responsabilità da un mondo di uomini. In abiti, in fondo, piuttosto femminili. E al di là di tutto quel che di storico e sacro si può dire su questo, non potrebbe essere semplicemente la traccia di una verità rimossa che non può tacere? Non serve una nuova teologia femminista, serve solo una teologia onesta fino in fondo, libera di vedere tutto il femminile del Vangelo, di darci quello che fino a ora non abbiamo avuto della verità tutta intera, un mondo nuovo possibile solo se gli uomini sono liberi dalla paura. Di perdersi perdendo un ruolo che hanno colpevolmente o no costruito come esclusivo. Serve una libertà nuova. Ci si perde come uomini e come cristiani se si continua così.

Invocare la tradizione della Chiesa per impedire la parola che cambia vuol dire lasciare il campo alla paura. La tradizione ha il senso profondo di riconoscersi figli nella fede millenaria di chi ci ha preceduto e non dèi solitari e spavaldi. Ma la verità che oggi i cristiani vivono è figlia di altre impensabili rotture. Il divino pensato altro dal mondo e immortale e eterno si è fatto uomo. È morto e ciò che è pensato morto per sempre è invece risorto. Possibile che davvero l’ unica cosa che di impronunciabile rimane nella chiesa sia un nuovo ruolo della donna al suo interno?

Da La Repubblica.it, 4 aprile 2014