Piccola storia di scuola, presidi e reggenze

E’ vero che quando si scrive si scrive sempre un poco anche di sé.

Stavolta tocca farlo un poco di più. Ieri ho chiamato in giudizio il MIUR e l’Ufficio scolastico regionale del Veneto. Faccio la preside, trovo che la scuola sia il luogo del dialogo per vocazione. A scuola si costruisce la pace sociale attraverso la cultura e la reciproca conoscenza. Trovo che il contenzioso sia la malattia sociale più grave e contagiosa dei nostri tempi. La scuola deve esserne preservata. Ogni volta che con il dialogo, il riconoscimento reciproco e talvolta anche con le scuse, perché così deve essere, un contenzioso è stato evitato, è stata una vittoria di tutti. Eppure.

Quest’anno quasi il 50% delle scuole in Italia ha un preside in reggenza, quasi il 90% nel Veneto e Friuli, quasi il 100% nella provincia di Vicenza dove lavoro. L’ultimo anno che ha visto più o meno un preside per ogni scuola è stato il 2008. L’ultimo concorso per dirigenti scolastici è del 2011 e non ha coperto i posti vacanti. Da allora i presidi sono andati in pensione, si sono ammalati. Nel frattempo le scuole hanno raddoppiato o triplicato le dimensioni per effetto delle “razionalizzazioni”, potere delle parole. L’amministrazione ha “razionalizzato” scuole di indirizzi fra loro diversi, gli Istituti di istruzione superiore. Tecnico più Professionale, va bene, se si somigliano. Liceo classico, linguistico, scientifico. Ci sono Istituti che accorpano Licei artistici e istituti tecnici. Piccole città. Mondi. Ma anche così i presidi non bastavano e allora la pratica della “reggenza”, ovvero l’affidare due istituti a un unico preside, è diventata da pratica straordinaria a ordinaria. L’attuale concorso prevede 2.416 nuovi dirigenti probabilmente in ruolo per il 2020. Secondo uno studio della Fondazione Agnelli ne servirebbero almeno 3.600. Si tratta di un conto semplice: numero di studenti, numero di scuole, età dei presidi, pensionamenti. E’ una cronica incapacità previsionale dell’Amministrazione che crea un’emergenza senza giustificazioni. Con un bel vantaggio per le finanze: un dirigente scolastico costa allo Stato mediamente 50.000 euro l’anno (lordi, al netto sono 2.500 euro al mese per una scuola di media complessità), una reggenza ne costa meno di 5.000 (350 euro al mese).

Il dirigente dell’Istituto Selvatico di Padova è reggente a Venezia, otto plessi fra le calli, uno all’isola della Giudecca. La dirigente di un comprensivo di Puos d’Alpago nel Bellunese è reggente a Cortina, un polo di 7 scuole superiori, 70 chilometri di distanza. La domanda è: c’era una soluzione migliore, provvisoria? Sì, gli incarichi di presidenza. Ovvero docenti esperti, quelli che da anni collaborano a governare le scuole, che facciano domanda di incarico. La scuola li ha avuti fino al 2012.

C’è una retorica infelice sui presidi sceriffi che una interpretazione scioccamente dirigistica della buona scuola ha favorito. I presidi possono essere bravi oppure no, vale per ogni persona che lavori e abbia responsabilità. I cattivi presidi esistono come esistono i cattivi insegnanti, ma questo non vuol dire che gli insegnanti siano in sé come categoria inutili e nocivi. E così i presidi che oggi sono investiti di ogni tipo di responsabilità. Oggi le scuole hanno adempimenti che riguardano la sicurezza, la privacy, la trasparenza, la rendicontazione, la responsabilità civile verso l’utenza del tutto simili a quelli previsti dalle aziende. Bisogna occuparsene necessariamente. Essere presidi con una reggenza vuol dire doversi occupare soprattutto o solo degli adempimenti minimi obbligatori. Difficile esserci per i genitori che chiedono ascolto e di ricomporre una relazione difficile con un docente, per gli studenti ai quali dobbiamo assolutamente dare la possibilità di sperimentare una comunità che condivide le scelte e gli orientamenti, per gli insegnanti presi d’assalto dall’aggressività sociale che non risparmia nessuno.

Come si fa?

Il mio istituto conta 1350 ragazzi, è un liceo artistico con 5 indirizzi (multimediale, architettura, design, scenografia, plastico-pittorico) e un tecnico tecnologico con 2 indirizzi, ha 29 laboratori, ha organizzato l’alternanza scuola lavoro per 645 studenti, 68.000 ore. Quando ho saputo di avere la reggenza in un comprensivo a 60 chilometri di distanza, otto plessi di montagna e contrada, un mare di bellezza e di bisogni, ci ho pensato, ho valutato e infine ho fatto ricorso. Ho aperto un contenzioso con una parte del mio mondo.

Ma non ho fatto ricorso al giudice del lavoro per principio o per protesta. L’ho fatto per impossibilità. A fare bene il lavoro di cura, di gestione, di governo, che mi viene affidato. E l’ho fatto anche per dignità. La dignità di tutti i presidi che amano il proprio lavoro.

La Repubblica, 18 settembre 2018

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2 Commenti

  • Emanuela Marsura

    12 ottobre 2018 at 12:59 Rispondi

    M. Pia spero che il tuo coraggio (l’amore condiviso per ragazzi e ragazze e per la scuola mi concede il TU) sia di esempio e sostenga altri dirigenti, e pure insegnanti, a fare scelte di qualità di cui questa società ha bisogno oggi. C’è tanto movimento per il nuovo… ma c’è anche tanta solitudine a stare nella scuola. Mettersi insieme è la soluzione! Non alcuni contro altri, m tutti per il bene di tutti e soprattutto per le nuove generazioni che soffrono per “l’impazzimento” di certi adulti che stanno occasionslmente sl potere, nel senso che occupano gli spazi dove avvengono scelte esistenziali. Auguri M. Pia, e avanti!

    • mpv

      12 ottobre 2018 at 16:34 Rispondi

      Grazie. Lavorare nella scuola è così bello che in ogni modo si cerca di conciliare e di favorire il dialogo. E’ credo la forza e insieme un poco il problema di insegnanti e dirigenti. Si va avanti in condizioni anche molto difficili perché intanto, in ogni momento, ci sono bambini e ragazzi pieni di diritti che arrivano a scuola. A volte bisogna accettare di fare un gesto più forte e magari estraneo anche alla propria cultura, come un ricorso per condizioni di lavoro che non permettono di tutelare come sarebbe bene e necessario il servizio e i ragazzi. Vale non solo per le reggenze, ovviamente. Basta pensare al sistema delle graduatorie aggiornate in corso d’anno scolastico (il che costringe a licenziare i supplenti della prima ora e a prenderne altri a scuola avviata) combinato con la libertà assoluta di chiedere trasferimento ogni anno e, se non arriva, libertà di chiedere assegnazione provvisoria e poi utilizzo. Non finisce più. E si inizia la scuola senza che gli organici siano completi. E’ un sistema così complicato che non tutela nessuno, né i ragazzi né i docenti (non hanno certezza di quel che accade fino all’ultimo) né le scuole che operano in situazione di incertezza e fanno errori in buona fede. Ci vuole un pensiero che centri l’essenziale. Che cosa conta? La scuola è per i ragazzi. Ha bisogno di tempo, pensiero, continuità di servizio.
      Grazie!

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