Lei

Lei
Il nuovo romanzo, in uscita dal 26 ottobre.

Cosa c’è di divino nell’essere giovane madre di un figlio arrivato per grazia o per caso, e poi sperare per lui una vita buona, abbastanza buona e insieme temere per lui con tutte le paure di tutte le madri, che non incontri il male, che non sia troppo speciale, che il mondo lo accolga o almeno lo lasci in pace. Vivere in pace.

È la storia umanissima di ogni madre ed è la storia di Maria raccontata in poesia, in pittura, in musica, nel vetro, nel ghiaccio immacolato, a punto croce, sulle volte delle cattedrali e sui selciati delle piazze, a chiacchierino e col tombolo. Qui parla Maria, Madre di Dio bambino, ma per ogni madre il suo bambino è Dio, vita che si consegna fragilissima e si promette eterna. Intorno a Maria uomini e donne che pensano di capire e poi gli angeli che fanno corona ma le loro ali non riescono a tenere lontano il gran male del mondo che si addensa in questo punto della terra in tutto simile a tanti altri punti della terra in cui in ogni tempo si è gridato “Uccidilo”. Quel che resta è un corpo rotto senza grazia, consegnato a una madre ancora giovane, anche lei simile a tante. Ma la fine non è scritta e i bambini nascono ogni giorno.

Questa donna di nome Maria

di Donatella Di Pietrantonio

La Repubblica, 29 ottobre 2017

 

Senza che prevalga mai solo la sua formazione di teologa, Veladiano racconta la madre di Gesù la sua vita di fanciulla e poi l’ubbidienza la maternità, l’abbandono e la morte del figlio

 

Dopo le prove narrative degli scorsi anni, Mariapia Veladiano torna con Lei, che si potrebbe definire il romanzo di Maria se l’etichetta di genere non risultasse un po’ riduttiva per una prosa così felicemente contaminata dalla poesia (alcuni capitoli sono proprio in versi). L’autrice mette la sua formazione di teologa al servizio di un racconto in prima persona che nulla nega al lettore della straordinaria esperienza di chi fu eletta tra le donne a essere Madre del Cristo. Ma le competenze teologiche restano quasi segrete nel testo, una base solida e rigorosa che non appesantisce in alcun modo la voce sempre autentica e credibile, persino fresca, a tratti, nell’enormità di quello che narra. La Veladiano sa entrare nel mondo interno di Maria con ispirata naturalezza.

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La sua Madonna parla da lontano, ha lasciato trascorrere prima i secoli, poi un millennio e un altro, e ancora spiccioli di anni. Ha lasciato passare la Storia, ha assistito — spesso senza riconoscersi — a tutte le rappresentazioni di sé. Mormorata nelle preghiere, scolpita o dipinta da generazioni di artisti, fino ai gessetti colorati dei madonnari, ai fili pazienti delle ricamatrici. Maria parla oggi, in un tono alto e intenso, ma insieme consapevole e umano. In certi momenti può ricordare al lettore la nostalgia della vita terrena provata dal Cristo di Borges in Giovanni I, 14.

 

La Madre divina racconta la sua meraviglia di fanciulla visitata dall’Angelo che le porta l’annuncio. Figlia qualsiasi di un popolo da sempre in attesa, è proprio per lei la chiamata. Maria di Nazareth nasce al mondo con la notizia del Figlio che le nascerà. “Come se prima del Bambino io non fossi esistita. Dopo, anche il dopo il sacro testo non lo racconta”.

Michela Murgia ha esaminato nel suo Ave Mary la sostanziale negazione della morte di Maria, che viene data per sottintesa nella sua Assunzione in cielo, ma mai esplicitamente dichiarata.

 

Il primo atto di Lei è quel sì, l’adesione a un volere che la sovrasta.

 

La futura Madre di Dio sceglie l’ubbidienza, la sceglie per sé e per Giuseppe suo marito, rovesciando così una gerarchia familiare storicamente radicata.

Ma l’ubbidienza di Maria che la Veladiano ci propone non è mai cieca, mai passiva, porta la gioia e, molto di più, il suo contrario.

 

L’autrice entra senza risparmio in ogni piega della più dolorosa tra le maternità, quella certa fin dall’inizio che il Figlio morirà in un disegno superiore. E allora la Madre osa desiderare che il disegno non si compia. Più avanti negli anni, quando Lui già le sarà sfuggito, si rammarica di non aver saputo trovare le parole giuste per trattenerlo accanto a Lei e Giuseppe, in attesa, come tutti, del giorno del Signore — ma un altro.

 

Maria è tentata dalla fragilità dei suoi sentimenti: “Ho sperato che non diventasse grande”. È tentata dall’illusione che tocchi a un figlio non suo, come già era accaduto quando Erode aveva fatto strage di innocenti cercando Gesù. “Quanti bambini erano morti per salvare il Bambino?”.

 

Maria ci appare moderna e vicina, nel dubbio, nei tentennamenti della volontà, nelle debolezze. Vorrebbe dimenticare l’Angelo e il suo annuncio, rifugiarsi con la sua piccola famiglia in una normalità, nell’anonimato. In fondo quel ragazzo “non ha fatto quasi nulla di speciale per trent’anni”. Vorrebbe anche Lei, come lo vorrà Lui nell’ora fatale, torcere la bocca dal calice tutto da bere.

 

Ma quell’ormai adulto è “un infinito stormo, / un furibondo volo, / un vento”, scriveva Testori nel suo Interrogatorio a Maria. Quel volo non può essere fermato. La Madonna della Veladiano lo comprende, come sempre, infine, le madri comprendono i figli.

“Posso combattere contro i tuoi nemici. (…) Non posso combattere contro di te”.

 

Si prepara al più indicibile dei lutti, afferma l’eternità del suo dolore respingendo l’idea di perfetta letizia, che altri si sono formati di Lei.

Cosa resta al lettore di questa voce limpida e sofferta, suggestiva e a tratti disincantata? Forse chi legge da una prospettiva lontana dal culto di Maria, conserva proprio i suoi momenti di disincanto, anche rispetto al divino a cui Lei stessa appartiene. Quegli attimi di sospensione della fiducia nel mondo ce la rendono più vera e attuale, persino laica. “Se gli uomini possono uccidere Dio”, la terra diventa “un deserto di spiriti immaginati. Un sogno abortito di Dio”.

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Fonte: La Repubblica, 29 ottobre 2017

 

Mariapia Veladiano. La fede mi ha liberata dalla paura

di Roberto Carnero

Credere, 2 novembre 2017

«Credere per me è stato un lungo cammino di liberazione dal moralismo. Oggi percepisco d’essere accompagnata, come Maria». E proprio alla Madonna la scrittrice dedica il suo ultimo romanzo

«Maria era spaventata ma non ha ceduto alla paura perché, pur messa alla prova dalle scelte di Gesù, sapeva che quell’amore era troppo vero e immenso per poter finire». Lei, l’ultimo libro di Mariapia Veladiano, è un intenso romanzo che dà voce ai pensieri e alla vita della Madonna. «Volevo raccontare soprattutto l’umanità di Maria, preservandola da ogni tentativo di renderla figura altissima ma distaccata». Una vita con i piedi per terra, insomma, proprio come quella della scrittrice vicentina.

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Come gran parte della sua generazione, Mariapia Veladiano viene da una famiglia contadina. Ci tiene a sottolinearlo, perché ciò per lei rappresenta una sorta di imprinting originario. «Il contatto con la terra, nel senso di giocare a fare formine, scavare buche, travasare sabbia per ore e giorni, vedere lavorare l’orto e coltivare le viti, nonché il contatto con gli animali e le piante, mi hanno reso facile amare e rispettare la natura. L’idea della terra che produce frutti non è qualcosa di cerebrale, ma è proprio amore. Quello che ti fa percepire tutta la violenza delle nostre azioni scellerate sul territorio, stare malissimo di fronte alla devastazione operata per costruire superstrade inutili, vedere la bruttezza della nostra architettura cementizia sulle campagne».

Oggi che è preside in un liceo della sua città, Mariapia Veladiano riconosce che nella sua vita ha studiato tanto. Anche questo faceva parte dell’universo contadino uscito dalla Seconda guerra mondiale. Lo studio era visto come strumento di riscatto sociale: il senso della concretezza del lavorare la terra e la disciplina, spostate sulla scuola. «Il primo dovere di noi bambini era essere bravi a scuola», ricorda. «Non riuscire a scuola sarebbe stata una delusione grande per i genitori, ma pazienza, saremmo andati a lavorare senza tante storie. Questo mondo adesso non esiste più. Il titolo di studio è percepito come un quasi diritto dalle famiglie. Se i figli non riescono, si cercano colpe nella scuola. I figli sono carichi di aspettative che non sentono più come proprie. Ma se l’aspettativa è del genitore, non c’è gusto nella conquista del sapere, non ci si mette in gioco davvero».

Suo padre voleva che studiasse ragioneria, e all’inizio accettò di accontentarlo, ma poi fu lei a spuntarla con l’iscrizione al liceo classico: «Agli occhi dei miei genitori, l’istituto tecnico era una scuola più concreta. Ma quando alla fine del primo anno un professore mi ha convinta a cambiare scuola, mi hanno appoggiata».

GLI STUDI IN SEMINARIO

Poi gli studi teologici con il corso ordinario per il baccellierato (l’equivalente di una laurea di primo livello, ndr) al seminario di Vicenza. Il seminario era stato aperto ai laici da qualche anno, per volontà del vescovo Arnoldo Onisto, che dovette difendere questa sua scelta con determinazione. Ricorda la scrittrice: «Si veniva a sapere di convocazioni repentine a Roma, di trattative. Ma intanto chi era stato accolto a studiare continuava a farlo». Poi, dopo una laurea in Filosofia a Padova e la licenza in Teologia fondamentale a Roma, l’inizio della carriera d’insegnante: prima Religione nelle scuole medie e superiori, poi Lettere in un istituto professionale. «Un’esperienza molto bella. Era il tempo in cui la scuola italiana sperimentava molto e gli istituti professionali sono stati un laboratorio di idee. Si trattava di prendere il mondo come arrivava, non già selezionato e vincente, di coinvolgere i ragazzi, recuperare abilità, restituire fiducia. Un lavoro di squadra, docenti motivatissimi. La scuola che fa la differenza. Abbiamo potuto lavorare con la fiducia delle persone e anche della politica e con una certa larghezza di mezzi: esistevano le ore di progettazione, le attività aggiuntive. Una meraviglia».

Adesso che fa la preside, le chiediamo come vede gli adolescenti di oggi. «Sono del tutto simili agli adolescenti di 35 anni fa, quando ho cominciato a insegnare. Sono pieni di vita, distratti, stritolati dai desideri, solo che hanno paura, hanno paura anche ad avere dei desideri. Intorno a loro hanno adulti che hanno paura: che il futuro dei figli sia peggiore del presente, soprattutto. E quindi adulti che non sanno infondere fiducia in loro come giovani persone piene di risorse: contano esclusivamente sui titoli, sul successo scolastico, sportivo, sull’essere primi, e non importa che il primo sia sempre solo uno, mentre al mondo siamo 7 miliardi e mezzo e tutti abbiamo il diritto di vivere la nostra vita, unica a preziosa. I giovani sono veri, vivi, pronti a far meglio di noi, ma bloccati dai nostri timori che ci portano a iperproteggerli e a non farli diventare adulti. Volano quando trovano relazioni significative, adulti responsabili, che tengono il punto di una sostanziale, vera, fiducia nella vita. La fiducia non è entusiasmo per tutto, è consapevolezza del fatto che vivere è complicato e insieme bello».

SENTIRSI ACCOMPAGNATI

Nella vita di Mariapia Veladiano la fede continua a contare molto, anche se forse è cambiato il suo modo di concepire questa dimensione. «Credere è, per me, percepire il fatto di vivere accompagnata. Non sono brava a lasciare andare le cose, per cui sto sempre cercando di aggiustare il mondo, di far andare bene le cose che mi sono affidate. Però oggi conosciamo la portata enorme delle nostre responsabilità, sappiamo di essere privilegiati, nati nella parte fortunata del mondo. Questo fa sì che il nostro impegno sembri sempre inadeguato. Una grande fatica. Ecco, in questa grande fatica mi sento sempre accompagnata. Non è stato così in altri momenti della vita. È stato un percorso di difficilissima liberazione dal moralismo, dall’idea che credere sia soprattutto moralismo e dovere. Era qualcosa che la mia generazione assorbiva per pura esposizione sociale: la fede come garanzia dell’ordine. Non è stato facile rovesciarla in libertà dalla paura, libertà dal giudizio. Rimango molto grata invece alla dimensione di impegno anche sociale che l’educazione tradizionale alla fede mi ha dato».

LEI, LA PROTAGONISTA È MARIA

Il nuovo libro di Mariapia Veladiano, Lei (Guanda, pp. 176, euro 17), è un intenso romanzo in cui l’autrice dà voce ai pensieri e alla vita della Madonna. «Si tratta della storia umanissima di ogni madre», si legge sul blog www.mariapiaveladiano. it. «Maria, Madre di Dio bambino, ma per ogni madre il suo bambino è Dio, vita che si consegna fragilissima e si promette eterna. Intorno a Maria uomini e donne che pensano di capire e poi gli angeli che fanno corona ma non riescono a tenere lontano il male del mondo».

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Fonte: Credere, 2 novembre 2017

 

Come in un coro la voce di Maria

Maria a raccontare la sua storia di madre, uguale a quella di tutte le madri, con gli stessi timori e le stesse attese nei confronti di un figlio, nel nuovo romanzo di Mariapia Veladiano, che si conferma una tra le più importanti scrittrici italiane di oggi. Lo dimostra affrontando un tema non facile, interpretato da molti scrittori e artisti, che lei però sa portare in una dimensione personale, che si nutre di una conoscenza attenta e profonda dei testi evangelici, che le permette di assumere la voce di Lei, così come indica il titolo, ponendosi in un’ottica dimessa, quotidiana, cercando quella voce che nei Vangeli compare poco: «Non sono stata amata di carezze e abbracci nelle Scritture. Troppo pudore».

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La Veladiano le fa dire, all’inizio del libro, che è «una donna corale. Un’opera collettiva senza il nome degli autori segnato in fondo». E aggiunge: «Sono stata scritta da uomini e donne di ogni tempo… Sono stata di tutti come l’aria che si respira, l’acqua che dà vita, l’abbraccio di cui si ha bisogno. Sarò di tutti ancora e per sempre, sono madre e non c’è fine al desiderio di essere figli». La scrittrice ha infatti bisogno di porsi in un’ottica divergente, rispetto alla sua figura che, nel tempo, ha trovato varie e molteplici dimensioni, che l’hanno mostrata come figura altissima, forse troppo. Ne rivela così, nel racconto, la forza umana, la vicinanza che la sua vicenda ha con quella di ogni persona.

A Maria la Veladiano non chiede di dare risposte rispetto alle sue scelte, ai suoi gesti, a ciò che anche per lei rimane oscuro, fino alla definitiva rivelazione della Risurrezione: rispetta il suo silenzio, quell’aria indifesa, ma anche trasparente di una fiducia infinita, che emerge dal particolare del suo volto, dall’Annunciazione di Lorenzo Lotto, che domina e illumina di senso la copertina. La forza del racconto la si ritrova in un particolare che ricorre in tutto il racconto, quello dell’abbraccio, a partire dalle grandi ali dell’Angelo che l’avvolgono, ma anche da quello metaforico che la lega e la unisce a Giuseppe, in «quell’andare lontano dell’amore, che si sa pensare solo eterno». A pronunciare l’«Eccomi» che la consegna alla volontà di Dio, non è soltanto lei, ma anche il falegname che «parlava di giorni da sposi, raccontava le attese per cui io non avevo parole ». E lui le è accanto, pur nella solitudine dell’Annunciazione, «per tutto il tempo dell’Angelo » e anche dopo la nascita, mentre il bambino cresce e loro sono costretti alla fu-È ga in Egitto, mentre Maria pensa a quando sarebbe diventato grande e avrebbe aiutato Giuseppe nella bottega. Nel racconto Maria precisa anche aspetti della devozione popolare e religiosa che hanno trovato per lei nomi e immagini e tende a precisare il suo ruolo, quello che difende e mostra come un autoritratto nel racconto: l’essere semplicemente madre creata dal figlio: «Senza il bambino non c’è la madre. Questo bambino arriva e dice io ci sono e tu sei madre, perché io ci sono… E la paura si scioglie e non si sa chi ha dato la vita a chi». Quando Gesù si allontana, per la predicazione, per i quaranta giorni nel deserto, quando i farisei vanno da lei e da Giuseppe chiedendo informazioni sul figlio ormai lontano, lei si comporta come ogni madre: «Provate a consolarvi con questo figlio sulle strade, a non sapere dove dorme, con chi, se mangia, chi gli dà da mangiare, quali sono i suoi amici, aver paura di saperlo…».

Allora conosce anche loro, Giovanni il Battista, Simone, Giuda, Nicodemo, chiede notizie, perché sa, fin dal tempo dell’Angelo, che ci sarà «infinito dolore». Lo ha capito già in quell’abbraccio, quando senza usare parole, l’Angelo non le ha rivelato la morte, ma la sofferenza: «Incomprensibile perdere senza capire. Perché si pensa che io sapessi? Sapevo quel che tutte le mamme sanno. La paura. Paura e desiderio e struggimento».

Come ogni madre, quando il destino del figlio, sembra essere compiuto, spera nella sua salvezza. Corre fino alla Croce e rimane lì, senza nemmeno l’aiuto dell’Angelo che l’aveva visitata, in una terra in cui tutto il male sembra essersi «sparpagliato in tutte le direzioni dello spazio e del tempo, in un unico grande tremendo infinito contagio che avrebbe portato il mondo alla morte». Anche se Maria ha già capito «che la vita non finisce nel baratro dello sheol senza ritorno, fatto di pianto e di spirito che si assottiglia, si sfalda, sfilaccia e diventa nebbia sottile». Così non vede il Figlio risorto, riposa dopo «il bruciare dei giorni». Lei già sa. E nel dire «io sapevo», implicitamente rivela il fondamento della fede. Non ha bisogno di vedere, perché in quella luce di risurrezione «ogni cosa si componeva». Mariapia Veladiano scrive un romanzo intenso, dove la forza intima dell’umano sottende alle profondità della percezione metafisica, la cui qualità è una prosa cristallina e lucida, priva di qualsiasi enfasi, grazie all’uso di una lingua che dice, ma spesso preferisce sottendere, perdersi nel vuoto del silenzio. Con un modello che i richiami poetici presenti nel testo sembrano rendere ancor più evidente, quello di Rainer Maria Rilke, ripreso in una diversa ma parallela tensione che percorre tutta una vita «esposta al vento della grazia».

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Fonte: Avvenire, 3 novembre 2017

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